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Boschi e foreste

Articoli e scritti sulle foreste, i boschi e le loro problematiche

Il CONAF: "Le frequenti inondazioni e frane spesso avvengono in aree ad alta densità boschiva". Dichiarazioni che fanno discutere.

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Il CONAF: "Le frequenti inondazioni e frane

spesso avvengono in aree ad alta densità boschiva".

Dichiarazioni che fanno discutere.

 

 Foreste4

 

In merito al dibattito sul T.U. Forestale, le dichiarazioni del CONAF, Consiglio Nazionale degli Agronomi e Forestali, fanno molto discutere: "La mancanza di una gestione attiva delle foreste porta spesso a forme di degrado e di instabilità dei nostri boschi. Infatti, una delle cause del propagarsi degli incendi e dell’impossibilità di controllarli è proprio lo stato di abbandono in cui versano. Così come le frequenti inondazioni e frane spesso avvengono in aree ad alta densità boschiva. Il bosco perché possa svolgere al meglio le sue molteplici funzioni deve rientrare in un territorio correttamente gestito."

L'articolo è comparso su http://www.italiaambiente.it/2018/02/23/codice-forestale-soddisfatti-dottori-agronomi-forestali/

Già il prof. Bartolomeo Schirone, ordinario di Selvicoltura all'Università della Tuscia, ha criticato quanto dichiarato dal CONAF parlando di una "sensazionale scoperta scientifica". https://lazionauta.it/2018/02/eccezionale-scoperta-scientifica/. A lui si sono affiancati tantissimi altri docenti ed esperti del settore. In effetti, quanto scritto mette in discussione tutto il lavoro svolto da milioni di studiosi, ricercatori ed esperti anche di fama internazionale in tutto il mondo, che si sono avvicendati per decenni e che hanno sempre visto nel bosco un baluardo per combattere il dissesto idrogeologico di un territorio. 

Ma lasciando le polemiche da parte che non ci interessano, come associazione vorremmo portare l'attenzione sul problema del degrado e dell'impoverimento dei nostri boschi, minacciati di antropizzazione selvaggia, impoveriti di sottobosco e di soprassuolo. Non il "bosco abbandonato" di cui erroneamente si parla ma il "bosco disturbato e degradato". 

Ci è stato insegnato dai maestri della conservazione della natura che un bosco privo di sottobosco, degradato, sottoposto a costante antropizzazione con apertura di strade e costruzione di infrastrutture, è più vulnerabile a eventi violenti come incendi o precipitazioni atmosferiche. E sono tanti i boschi degradati in cui il taglio e la pulizia del verde, e non solo del secco, provoca un indebolimento della conformazione stessa del bosco in quanto struttura autonoma, autosufficiente e capace di resistere alle peggiori calamità.

Il bosco nella sua forma corretta, in ottima salute, con una perfetta gerarchia di piante erbacee, arbustive e grandi alberi è in grado di frenare l'intensità delle piogge torrenziali e la struttura complessa degli apparati radicali dei grandi alberi è come una maglia impenetrabile e protettiva dei versanti. Inoltre lungo i fiumi i boschi fluviali hanno un immenso valore come fascia tampone contro le erosioni e contro l'inquinamento delle acque.

Forse bisognerebbe parlare di restauro forestale e di miglioramento della struttura delle foreste attraverso il recupero della biodiversità eseguendo solo interventi veramente minimi di miglioramento di un ecosistema fragile e complesso. Le frane e le distruzioni avvengono in aree già sottoposte a violenza. Il bosco ben strutturato e in ottima salute non crea problemi al territorio ma anzi lo valorizza. E anche sulla questione incendi, un bosco in ottima salute è in grado di creare microclimi e umdità al suo interno che possono impedire il propagarsi degli incendi.

Lo ribadiamo ancora una volta, non bisogna assolutamente attaccare la filiera del legno sostenibile che rispetta le montagne. Bisogna attaccare le speculazioni. Il legno è un materiale ottimo e se vogliamo essere chiari meglio il legno che montagne di plastica lungo i fiumi e nei mari. Quello che ci interessa è recuperare i nostri boschi violentati dall'uomo, dalle motoseghe selvagge, dall'apertura di strade o meglio di autostrade. Boschi talmente impoveriti di biodiversità che sono minacciati dall'invasione di specie aliene e non autoctone e che quindi rischiano di diventare poco longevi e poco resistenti. Il problema forse risiede nella perdita della nostra idenità culturale come paesaggio culturale e naturalistico al tempo stesso.

Vedere un bosco di querce violentato dall'uomo che si trasforma pian piano in un roveto o un ailanteto è un colpo durissimo alla storia del territorio, giusto per fare un esempio. I boschi disturbati e degradati sono i primi a morire e venire giù con frane e alluvioni; sono boschi poveri anche dal punto di vista della biodiversità animale e vegetale. La soluzione migliore, a nostro avviso, non è quella di attaccare il bosco perchè troppo fitto, ma anzi è la ricostruzione dell'identità ambientale dei nostri boschi italiani eliminando specie infestanti che non c'entrano nulla con il nostro paesaggio e che sono "naturalizzate".

Sicuramente un'operazione selettiva e molto costosa, difficile da eseguire, ma che migliorerebbe l'aspetto dei nostri paesaggi. Ripiantare le specie del luogo, mirare alla ricostruzione del bosco come ecosistema e non soltanto come luogo di pic nic e di coltivazione forestale. Lasciare aree in evoluzione verso il climax e altre in cui si può sostare. Ricordiamoci sempre della corretta fruizione turistica e dell'educazione ambientale nei boschi. Sono risorse importantissime che richiamano molti visitatori. Nessuno andrebbe a fare turismo in aree a ceduo o con autostrade per i tir e con il rombo delle motoseghe. Un corretto restauro forestale (che non significa tagli o strade), lungo i nostri fiumi e lungo i versanti montuosi, migliorebbe il paesaggio italiano e impedirebbe disastri e alluvioni.

Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio Onlus

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Il Testo Unico Forestale. Un attacco alla biodiversità e al valore naturalistico dei boschi italiani

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Il Testo Unico Forestale.

Un attacco alla biodiversità e al valore naturalistico dei boschi italiani

 

Foreste3

 


La nuova legge forestale, o Testo Unico Forestale, che il governo si appresta a varare è un'assalto alla biodiversità e al valore naturalistico dei nostri boschi. A dimostrarlo è l'ampio e solidale fronte di studiosi, botanici, naturalisti, paesaggisti, ricercatori, esperti, associazioni ed organizzazioni di protezione ambientale che si sono schierati contro questa bozza di decreto definita superficiale e mal scritta che potrebbe creare gravi danni al nostro patrimonio boschivo.

Un decreto che già nelle sue prime battute parte molto male perchè impone al primo posto una visione di "gestione attiva" delle foreste con la promozione e tutela dell'economia forestale e delle attività silvopastorali. La nuova visione dei boschi è quella di fondi da coltivare e non più di ambienti naturali da tutelare e conservare. Non si parla di conservazione della biodiversità forestale e del bosco come elemento identitario del nostro paesaggio italiano, ma di "programmazione e pianificazione degli interventi di gestione forestale" e di "viabilità forestale e opere connesse alla gestione del bosco quali strade, piste e piazzole forestali, vie di esbosco connesse ai singoli interventi selvicolturali e utilizzate per il trasferimento dei prodotti forestali dal luogo di raccolta alla viabilità silvo-pastorale o alla viabilità ordinaria.".

Occorre precisare che il Co.n.al.pa. non è assolutamente contro la filiera del legno che, se gestita in chiave sostenibile, può diventare un'attività di grande prestigio in grado di risollevare l'economia delle nostre montagne. La nostra associazione critica l'intenzione, che traspare dalla bozza di legge, di promuovere e autorizzare attività selvicolturali per ragioni prettamente economiche e di sfruttamento intensivo, con il rischio di spalancare le porte alle potenti lobby delle biomasse per uso industriale. Numerose sono le problematiche che scaturirebbero da questa nuova visione e gestione delle foreste, a cominciare dall'aumento dell'inquinamento atmosferico a seguito dell'utilizzazione del legno per le biomasse, dalle operazioni di taglio forestale e poi dal trasporto del legname. Tutti questi processi sono devastanti e porterebbero a una urbanizzazione selvaggia della montagna con strade, costruzione di edifici e depositi, creazione di infrastrutture per spostamenti nei boschi ecc.

La "gestione attiva" delle nostre foreste viene vista nel T.U. come un mezzo fondamentale per risolvere il problema dell'abbandono dei territori. In realtà, il bosco non ha proprio bisogno di essere gestito, essendo un habitat complesso, autosufficiente e perfetto dove ogni cosa ha un senso e un valore. Questo tipo di visione della "gestione attiva" rischia di mettere in crisi la conservazione dei fondamentali servizi ecosistemici delle nostre foreste come la mitigazione dei cambiamenti climatici, lo stoccaggio del carbonio, la difesa del suolo e il miglioramento della qualità della vita e della salute delle persone.

Una foresta in ottima salute, in condizioni di forti precipitazioni, è in grado di prevenire il deflusso superficiale delle acque e il dilavamento del suolo. Gli organi aerei delle piante del bosco catturano forti percentuali di pioggia. Le radici degli alberi trattengono il terreno impedendo di fatto frane ed erosione del suolo. L'azione anti-erosiva risiede nel complesso sistema integrato foresta, costituito dalla chioma e dai differenti strati (arboreo, arbustivo, erbaceo, fungale, muscinale e lettiera), e del rapporto suolo-radici. Una foresta in ottima salute mitiga le condizioni di eccessiva calura e siccità durante la stagione estiva. La presenza di aree fortemente boscate contribuisce a prevenire l'inquinamento delle acque superficiali, agiscono come filtro contro l'inquinamento atmosferico e creano importanti barrieire contro l'inquinamento acustico delle grandi aree metropolitane.

Inoltre, le foreste sono creatrici di propri microclimi con estremi più attenuati rispetto all'esterno e sono in grado di proteggere dal vento intere aree di produzione agricola.

Nel Testo Unico Forestale sono esclusi dalla definizione di bosco "le formazioni di origine artificiale realizzate su terreni agricoli anche a seguito dell'adesione a misure agro-ambientali o nell'ambito degli interventi previsti dalla politica agricola comune dell'Unione Europea", in pratica vengono sminuiti tutti i progetti finanziati dalla UE per valorizzare il territorio con rimboschimenti anche in aree degradate, inquinate o desertificate. Non sono considerati bosco "Le formazioni di specie arboree, associate o meno a quelle arbustive, originate da processi naturali o artificiali e insediate su superfici di qualsiasi natura e destinazione anche a seguito di abbandono colturale o di preesistenti attività agrosilvopastorali, riconosciute meritevoli di tutela e ripristino dal piano paesaggistico regionale..."

I terreni abbandonati vengono definiti "i terreni forestali nei quali i boschi cedui hanno superato, senza interventi selvicolturali, almeno della metà il turno minimo fissato dalle norme forestali regionali, ed i boschi d'alto fusto in cui non siano stati attuati interventi di sfollo o diradamento nei venti anni..." In questo caso si rischia di eliminare l'attuale 40 percento dei boschi nati da ex coltivi e ex aree urbane e che attualmente rappresentano un elemento fondamentale del nostro paesaggio naturalistico e che sono indispensabili per l'incremento della biodiversità animale e vegetale. Il ritorno del bosco non dovrebbe essere definito una minaccia ma anzi una risorsa perchè va a migliorare il territorio e contribuisce alla lotta all'inquinamento atmosferico, alla lotta al dissesto del territorio e allo stoccaggio del carbonio. Il problema dovrebbe essere sollevato in merito a quei terreni che sono veramente abbandonati e che sono ridotti a discarica o che hanno subito operazioni di degrado e che meriterebbero un restauro e una riqualificazione ambientale, anche con interventi per migliorarne la biodiversità vegetale e l'eliminazione di specie infestanti.

Altro passo controverso e molto discutibile è quello che prevede la perdita di definizione di bosco per le aree inserite nel "Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali". Questo articolo porterebbe alla esclusione di aree paesaggistiche di grande interesse storico, naturalistico e culturale che si troverebbero sottoposte a interventi di gestione forestale attiva.

Un passo inquietante riguarda i boschi privati: se il proprietario non pratica la "gestione attiva" del bosco con tagli periodici, questi fondi vengono considerati come abbandonati. In tal caso la Regione può sostituirsi al proprietario affidando questi terreni a consorzi o cooperative di giovani, anche senza nessuna competenza naturalistica o molto amanti della motosega.

Concludendo, il Testo Unico Forestale guarda esclusivamente alla selvicoltura e non al paesaggio boschivo inteso come risorsa turistica, scientifica, naturalistica e di biodiversità. E' palese, infine, la violazione dell'art.9 della nostra Costituzione che va a tutelare il nostro paesaggio italiano, con le sentenze nn. 151, 152 e 153 del 1986 della Corte Costituzionale, come sottolineato dal giurista costituzionalista Paolo Maddalena. "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. "Questo decreto legislativo "è contro Natura", spiega ancora Maddalena, "perchè non si tiene in alcun conto che non esiste solo la silvicoltura, e che la Natura può ben fare a meno dell'intervento umano diretto alla produzione di merci agricole per tutelarsi". Inoltre, spiega ancora Maddalena, "il decreto va contro la tutela della salute (art.32 della Costituzione) come "diritto fondamentale del cittadino e interesse della Collettività", che non può essere compromesso da manomissioni della Natura per fini di profitto "impreditoriale". Infine definitivamente compromesso è l'art.117, comma 2, lett. s, che considera preminente la "tutela dell'ambiente e dell'ecosistema".

 

Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio Onlus

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Carta per la lotta agli incendi boschivi nella Regione Abruzzo

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CARTA  PER  LA  LOTTA  AGLI  INCENDI  BOSCHIVI

NELLA  REGIONE  ABRUZZO

 

 

Bosco1

 

Premessa

Nel bilancio degli eventi dell’anno 2017 senza ombra di dubbio resterà memorabile la triste questione degli incendi boschivi. Dopo i roghi che, nell’estate scorsa, hanno colpito i boschi della maggior parte delle Regioni Italiane e recato gravissimi danni a molti Parchi Nazionali e Aree Naturali Protette, sono stati svolti due convegni sul tema “Fiamme sull’Appennino”, animati da esperti del mondo accademico e da associazioni di protezione ambientale. L’obbiettivo era quello di analizzare la situazione per individuare i provvedimenti necessari affinché disastri della proporzione di quelli occorsi nell’anno appena trascorso non si verifichino mai più e chiedere ai decisori di agire in maniera scrupolosa sia nella fase di prevenzione che di emergenza e di gestione post-incendio.  Il primo convegno si è svolto a Rieti il 20 ottobre 2017 per il versante tirrenico; l’altro in Pescara, il successivo giorno 21 ottobre, in un Abruzzo, flagellato nel 2017 da ben 216 incendi.  Un disastro che ha colpito e distrutto luoghi identitari per l’elevato pregio naturalistico, storico, culturale e paesaggistico.

Il convegno di Pescara è stato promosso dalle 20 Associazioni firmatarie del presente documento e dalle Istituzioni scientifiche: Università della Tuscia (Viterbo), Sabina Universitas (Rieti), SIRF (Società Italiana per il Restauro Forestale), SISM (Società Italiana di Scienze della Montagna), CISDAM (Centro Italiano Studi e Documentazione sugli Abeti Mediterranei).

Il presente documento, frutto di uno studio approfondito, verrà inoltrato a tutte le Istituzioni interessate con richiesta di incontri per discussioni e confronto. Le associazioni, per quanto riguarda i contenuti strategici in esso contenuti, nel corso del 2018 vigileranno sulla corretta applicazione/realizzazione e sugli adempimenti di legge finora disattesi.

 

 

La Carta

L’assunto fondamentale che potrà apparire ovvio ma, come è accaduto questa estate non è affatto scontato, è che per mitigare o ridurre al massimo il rischio di incendi boschivi vanno pianificate una serie di azioni ben definite nelle fasi di prevenzione/previsione, emergenza, restauro/manutenzione e in particolare:

 

1)      azioni di prevenzione

 

a)      sistema di sorveglianza e controllo del territorio;

b)      avvistamento precoce;

c)      informazione, formazione e educazione ambientale nelle materie dedicate, anche attraverso strutture CEA  (Centri di Educazione Ambientale) di interesse regionale ai sensi L.R. 122/ 99, le strutture dei Parchi, delle Riserve Regionali e di altri e pubblici che dichiarino le disponibilità;

d)     punti d’acqua diffusi in zone strategiche;

e)      inserimento delle tematiche relative agli incendi boschivi, nell’abito istituzionale delle strategie di “adattamento” tese a fronteggiare e a limitare le conseguenze del riscaldamento globale e della destabilizzazione climatica.

Naturalmente questo presuppone che chi ha competenze in materia – la regione - apposti somme idonee nei bilanci sia per la fase di prevenzione che per l’emergenza.

 

2)      Azioni di emergenza

 

f)       intervento immediato con squadre a terra (giova ricordare che gli incendi si spengono a terra);

g)      ausilio di mezzi aerei di supporto, non certo sostitutivi degli interventi a terra, ma complementari e di ausilio agli stessi;

h)     bonifica delle aree percorse dagli incendi che, nonostante gli interventi elencati nei punti precedenti, fossero colpite e compromesse;

 

 

3)       azioni di restauro/manutenzione post incendio

 

i)        Controllo periodico e azioni di manutenzione delle aree percorse da incendi anche attraverso opere puntiformi di ingegneria naturalistica finalizzate, in particolare, ad evitare fenomeni di dilavamento.

 

1  Prevenzione

 

La Regione

 

1.1  per dotarsi di una seria politica forestale deve dare piena attuazione alla L.R. 4 gennaio 2014, n. 3 (in attuazione del D.Lgs. 227/2001) in particolare per la parte relativa alla redazione del Piano Forestale Regionale e dei Piani di Gestione Silvo-Pastorale e, nell’immediato, di un Piano poliennale provvisto di dotazioni finanziarie certe;

 

1.2  deve istituire un effettivo Servizio che si occupi di tutti gli aspetti della gestione dei boschi e delle autorizzazioni connesse, in particolare, quelle relative ai tagli boschivi in funzione di sostenibilità e di prevenzione anti-incendio;

1.3  deve monitorare gli adempimenti da parte dei Comuni  delle Amministrazioni Separate per gli Usi Civici, e di tutti gli Enti che hanno l’obbligo di redigere il PAIB (Piano Anti Incendi Boschivi)  anche nella redazione del Piano di Gestione Silvo-Pastorale in modo che tali Piani contengano:  

a)      gli elementi di prevenzione della diffusione degli incendi, 

b)      la pianificazione scientificamente corretta delle fasce taglia-fuoco;

 

1.4  poiché, ad oggi, la quasi totalità delle Amministrazioni sono inadempienti, deve procedere alla diffida, messa in mora e infine all’adozione di provvedimenti sostitutivi attraverso commissari regionali ad acta;

 

1.5  deve ristrutturare i servizi forestali regionali con l’incremento della dotazione organica, considerato anche che è venuto a mancare l’apporto fondamentale del CFS (Corpo Forestale dello Stato) con cui la stessa Regione stipulava convenzioni per soddisfare tutte le funzioni dovute alla materia delegata che non riusciva ad espletare;

1.6  deve riportare entro un'unica struttura foreste, usi civici e tratturi;

1.7  deve accorpare sotto un unico Dipartimento le politiche forestali, assieme al Paesaggio e Ambiente  (cosa peraltro già  attuata da alcune regioni che hanno considerato, giustamente, i boschi come beni comuni, elementi identitari, beni paesaggistici ed ecologici);

1.8  oltre a un’adeguata dotazione organica, già segnalata e indispensabile per la snellezza delle procedure e per fornire risposte in tempi rapidi alle istanze, si ritiene necessaria la modifica dell’art.4 della LR 3/2014 (anche in considerazione dello scioglimento del CFS e delle Province) introducendovi l’istituzione di un “Comitato Scientifico per i Boschi e le Foreste”,  di supporto, con funzioni consultive obbligatorie ancorchè non vincolanti, costituito prevalentemente da accademici in materia forestale, da esperti di chiara fama, da soggetti con diploma di laurea in Scienze Forestali o Scienze della Montagna, integrato con geologi, naturalisti, biologi, un rappresentante delle Associazioni di Protezione Ambientale. Tale Comitato dovrebbe avere una regolamentazione analoga a quella del Comitato Regionale V.I.A. (Valutazione dell’Impatto Ambientale);

1.9  deve rimodulare la propria pianta organica, ai fini dell’assunzione di laureati in Scienze Forestali e in Scienze della Montagna;

1.10  deve provvedere all’aggiornamento partecipato e condiviso del Piano Anti Incendio Boschivo, con dotazioni idonee, in termini finanziari e di uomini e mezzi da mettere sul campo;

1.11   deve destinare adeguate risorse finanziarie al Settore Foreste. Le dotazioni finanziarie previste l’anno passato per l’emergenza incendi sono stati pari 1.000.000 di euro (nel 2007 era di 2.450.000 euro!); questo impegno va portato ad almeno 5.000.000 di euro;

1.12    deve provvedere con urgenza a rimodulare il PSR (Piano di Sviluppo Rurale) per quanto riguarda, per intero, le tematiche forestali. Inoltre i fondi assegnati nella misura 8.3.1 “Investimenti a protezione delle superfici forestali” dagli attuali 3.000.000 di euro (pari allo 0,7% del totale) vanno incrementati ad almeno a 30.000.000 di euro (pari al 7% del totale, cifra in linea con altre Regioni italiane);

1.13  deve dotarsi di una flotta aerea A.I.B. (Anti Incendi Boschivi) di pronto intervento, di stanza negli aeroporti di Pescara e di Preturo. Essenziali saranno il coordinamento e l’autonomia operativa;

1.14    deve programmare, in accordo con le altre Istituzioni che hanno competenza specifica in materia, corsi di formazione abilitanti i volontari per le Squadre Operative nello spegnimento a terra e per la qualifica di D.O.S (Direttori delle Operazioni di Spegnimento) passati da 216 unità del 2014-2015,  quando la competenza era in capo al CFS,  agli attuali 11!);

1.15    deve provvedere alla redazione di una mappa dei bacini idrici idonei a rifornire i mezzi A.I.B., di terra e aerei e, ove necessario,  realizzare nuovi punti d’acqua, anche mobili, nelle zone scoperte strategiche;

1.16    La Regione finanzi mezzi e attrezzature A.I.B.  di primo intervento, per il Parco Regionale Sirente-Velino e per le Aree naturali Protette Regionali;

1.17    ove necessario e certificato, deve avviare un programma di interventi sulle pinete a Pino nero d’impianto artificiale, per il loro diradamento e/o per accelerarne la transizione evolutiva verso modelli vegetazionali spontanei tipici dei luoghi, così come previsto nei piani forestali al momento dell’impianto;

1.18     coadiuvata dal “Comitato Scientifico per i Boschi e le Foreste” e dalle associazioni di categoria, deve provvedere al sostegno degli allevatori e agricoltori di montagna che intendono dedicarsi alla cura del sottobosco, in particolare vicino alle aree antropizzate;

1.19      deve inserire il tema degli incendi boschivi nell’ambito del PACC  (Piano regionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici) che deve essere assunto come strumento sovraordinato di pianificazione della Regione Abruzzo;

 

 

 

Parchi Nazionali

1.20    debbono, anche loro, redigere e/o aggiornare il Piano Antincendio Boschivo, partecipato e condiviso che metta in campo somme certe e mezzi ed uomini adeguati e preparati;

 

 

 

Comuni

1.21    sono obbligati all’aggiornamento o redazione del Catasto delle aree percorse dal fuoco, così come previsto dalla legge 353 /2000, compito della Regione il controllo o l’esercizio del potere sostitutivo in caso di inadempienza;

1.22     devono dotarsi di un proprio Piano Anti-Incendio la cui redazione, nell’ambito della V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica),  sia partecipata dagli abitanti che conoscono tutte le caratteristiche del territorio. I Piani Anti-Incendio comunali vanno integrati tra loro dall’Autorità di ordine superiore;

1.23    devono dotarsi, ove non presente, di una squadra anti-incendio su base volontaria, formando allo scopo i gruppi comunali di Protezione Civile;

 

Sempre nell’ambito della prevenzione, per quanto riguarda la sorveglianza del territorio e l’avvistamento precoce:

 

1.24     occorre stabilire un coordinamento regionale e un centro operativo tra Forze di Polizia, Vigili del Fuoco, Parchi, Riserve Regionali, Protezione Civile e Volontari (con riferimenti locali) da impiegare nella segnalazione, da parte dei volontari, di sospetti comportamenti incendiari alle Autorità, o da parte delle Forze dell’Ordine, nella repressione e nell’avvistamento precoce;

1.25       occorre istituire la “Rete regionale degli addetti all’avvistamento degli incendi boschivi”;

1.26      I Parchi Nazionali e il Parco Regionale devono dotarsi di propri Servizi A.I.B., con personale adeguato per numero e formazione, con attrezzature e mezzi, anche servendosi di sistema di telecontrollo satellitare-ambientale (già presente nel Parco Majella-Morrone, ma inspiegabilmente oggi abbandonato);

1.27       Destinare un numero consistente di Carabinieri Forestali e non, alla vigilanza nei Parchi (“Carabinieri del Parco”, come già attuato nel Parco delle Cinque Terre).

 

 

2. Emergenza 

2.1  La carenza più grave da sanare è quella di poter disporre di un consistente numero di personale di pronto intervento, specializzato, munito di dispositivi di protezione individuale,  di mezzi e di attrezzature, organizzato in squadre autosufficienti che dispongano di un D.O.S. (Direttore delle Operazioni dello Spegnimento), figura da creare con priorità assoluta; tale personale va reperito, a seguito di una adeguata formazione:

a)      all’interno della Pubblica Amministrazione,

b)      tra le Guardie Ecologiche Volontarie ,

c)      tra il personale della Leva Civile (provvedimento peraltro in discussione a livello governativo),

d)     con l’istituzione di un Corpo Forestale Volontario (sul modello della poco nota, ma efficiente, Guardia Costiera Volontaria);

 

 

3         Restauro/manutenzione delle aree percorse da incendi

3.1  La Regione, coadiuvata dal “Comitato Scientifico per i Boschi e le Foreste”, avvierà immediata ispezione dell’area percorsa dal fuoco al fine di valutare la situazione, caso per caso, e redigere un piano di intervento immediato per evitare ulteriori e gravi conseguenze (a seconda della natura geologica e pedologica di dettaglio, della pendenza, dell’entità del danno, dell’esistenza di situazioni di rischio e di pericolo anche rispetto a possibili fenomeni di dilavamento);

3.2  la biomassa parzialmente combusta non va ceduta in nessun caso a fini lucrativi (es. all’industria della produzione energetica da biomasse);

3.3  la necromassa parzialmente combusta (tronchi, ramaglie), va riutilizzata in loco al fine di realizzare interventi stabilizzanti del suolo (briglie in legname e palizzate), lasciando ceppi di tronchi di alberi e di arbusti che presentano ancora le necessarie capacità di ancoraggio al substrato, in funzione di pali; tali opere si rendono necessarie ed urgenti per evitare colate di fanghi e detriti potenzialmente innescabili dalle piogge e dal manto nevoso e, in ogni caso, per proteggere le aree soggette a erosione dal dilavamento e dalla conseguente scomparsa del suolo superficiale;

3.4  la Regione deve garantire la ricostruzione del sistema vivaistico regionale, oggi in abbandono.  I  vivai forestali regionali, anche in prospettiva dei futuri rimboschimenti condotti in maniera scientificamente corretta,  devono avere particolare attenzione da parte della regione, e dedicarsi alla riproduzione delle piante arboree ed arbustive tipiche della vegetazione spontanea locale. Al fine di salvaguardare la biodiversità tipica locale anche a livello genotipico, le essenze vegetali verranno riprodotte facendo ricorso esclusivamente a semi o a talee di essenze autoctone, prelevati nell’immediato intorno e in maniera diversificata nello spazio e nel tempo;

3.5  in ogni caso, per i futuri rimboschimenti e in generale per la politica forestale a tutti i livelli,  si chiede che in Abruzzo si faccia costante riferimento alla Direttiva Europea 1999/105/CE e al D.Lgs. 386/2003, per la delimitazione delle regioni di provenienza materiale di propagazione forestale e per il Registro Regionale dei Boschi da seme, materia disciplinata, altresì dalla citata L.R. 4 gennaio 2014, n.3.  La Regione Abruzzo si è già dotata di tale strumento pianificatorio per il quale si richiede vigilanza e azioni concrete per una sua applicazione rigorosa, effettiva ed efficace.

3.6  come soccorso immediato, sempre dove urgente e necessario ed aspettando che la natura sani nel tempo e spontaneamente le ferite inferte dai roghi, si procederà intanto alla semina di drupe e bacche delle essenze distrutte dal fuoco, prelevate dall’immediato intorno;

3.7  per quello che è successo quest’anno si provveda alla sospensione della caccia per almeno due anni in tutto il territorio regionale o, in alternativa, per 15 anni nelle zone aperte alla caccia adiacenti alle aree percorse dal fuoco.

 

 

4        Richiesta allo Stato

La Regione, direttamente e coinvolgendo la Conferenza Stato-Regioni, si faccia promotrice presso il Ministero della Giustizia, della richiesta di istituire una Procura Speciale Anti-incendi boschivi.

 

 

 

 

 Firme:

 

Ambiente e/è Vita -  AIPIN - Archeoclub -  Cai-Tam -  Collettivo Studentesco Pescara - Conalpa - Ecoistituto Abruzzo – Fondazione Genti d’Abruzzo - Italia Nostra -  Legambiente – Le Majellane - Lipu – Lo Spaz – Soha - Marevivo – Mila Donnambiente – Mountain Wilderness - Pro Natura – Scienza Under 18 Pescara - WWF - 

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La gestione dell'Edera e il suo valore ambientale e ornamentale.

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La gestione dell'Edera e il suo valore ambientale e ornamentale.

 

 Edera1

Alberi ricoperti di edera - Foto di Alberto Colazilli

 

L'edera è una delle specie vegetali più lussureggianti ed affascinanti della nostra flora autoctona. E' una liana che può raggiungere anche dimensioni ragguardevoli. In Italia, sono note edere di ben oltre 1,30 m di circonferenza a petto d’uomo!, E’ una specie caratteristica di siepi e boschi. Nei boschi viene facilitata dal taglio, in qual caso essa può prolificare a tal punto da poter essere talvolta percepita come peste, come infestante.
Proprio per la sua eleganza ed appariscenza, questa pianta è capace di creare delle straordinarie vedute paesaggistiche. La comune edera selvatica (Hedera helix) è la più nota ed è la piu semplice da trovare nei giardini. Poi ci sono altre specie e le varie cultivar ornamentali: come le edere variegate, cangianti, dorate e, marmoree, utilizzate specificamente per abbellire parchi e giardini o pergolate. L'edera in natura si sviluppa aggrappandosi ai grandi alberi, promuovendo un ecosistema per l'avifauna e per gli insetti. La sua fioritura è molto amata dalle api e da altri insetti impollinatori; . è una pianta amata dagli erbivori (domestici e selvatici) che si cibano delle foglie; è amata dagli uccelli per le bacche carnose e appariscenti. Un tempo era specie coltivata od utilizzata recisa, per le uccellande, per attirare gli uccelletti (di norma passeriformi) durante la pratica di caccia detta uccellagione. La sua rusticità resistenza e tenacia è nota conosciuta dalla notte dei tempi. La sua velocità di crescita è impressionante e in poco tempo può arrivare a ricoprire aree boschive, alberi caduti, diventando estremamente importante per l'evoluzione naturale del bosco.
Possiamo distinguere due forme vegetative su una stessa pianta; la forma “sterile” che è più serpeggiante, porta sempre foglie più lobate e acuminate e possiede rami che non vanno mai a frutto. A diffrenza della forma “fertile” che ha foglie più intere, è più ramificata e va spesso a frutto.
La forma fertile è una forma di espansione ed esplorazione del territorio che alle giuste condizioni di luce e umidità genera forme fertili. Non sembra sia altrettanto possibile il procedimento opposto.

 

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Alberi con edera - Foto di Alberto Colazilli

 

Se nel bosco l'edera ha un suo valore paesaggistico ed ecologico, in ambiente urbano, in un parco pubblico o nel privato il discorso può cambiare radicalmente. In questa situazione si dovrebbe parlare di corretta manutenzione e di controllo costante degli esemplari di edera, soprattutto quandto vanno a ricoprire interi alberi o a dominare troppo nel giardino. In questi casi, bisogna intervenire per ridare il giusto equilibrio. Questo, in primis, poiché l’edera non è affatto un parassita, essendo esclusivamente autonoma nel rifornirsi di acqua e zuccheri, come tutte le piante non parassite. Però essendo una liana, con il tempo può creare problemi di eccessivo ombreggiamento e di appesantimento; i quali possono scaturire problemi fisiologici e di stabilità agli alberi. Proprio per via della sua tenacia, d’altronde, l'edera riesce a resistere anche in alle condizioni di degrado ambientale, restando tenacemente aggrappata a pali, muri, reti ed arbusti. L’edera si arrampica solo alla ricerca di luce. In buone condizioni, vegeta anche per terra, facendo parte del manto erboso, come nei boschi.
Infatti nel bosco, l’edera indica condizioni naturali quando è nella sua forma sterile, strisciando per terra come un’erba. Il taglio la stimola nello svilupparsi nella sua forma fertile, invadendo le chiome o quel che ne rimane dopo il taglio; potendo diventare un problema per gli alberi. Stessa cosa vale per gli alberi isolati o nelle siepi. Per quanto riguarda la gestione dell'edera su alberi monumentali di notevole interesse paesaggistico l'opera migliore è quella di controllarla nel miglior modo possibile, impedendo che possa togliere luce nelle parti aree della pianta e quindi farla deperire. Fino anche alla decisione di eliminarla completamente. Questa estrema ratio, deve essere un opera ben ponderata e realizzata con molta delicatezza, per non compromettere o danneggiare l’albero e lavorare in sicurezza. Basta riuscire ad intaccare e tagliare tutte le connessioni da terra, senza doverla staccare. Essa seccherà e si staccherà da sola pian piano in qualche anno. Se ben gestita e controllata, l'edera cresce sul tronco fino a una cerca altezza e può diventare anche interessante esteticamente, dando un valore aggiunto all'albero . L'edera in parchi e giardini può essere tranquillamente utilizzata e gestita per ricoprire mura, divisori e versanti spogli o per la lotta a arbusti e piante infestanti. Può essere utilizzata anche per decorare strutture che hanno poco valore estetico o per isolarle dai caldi estivi, creando ombra fresca.
Non scordiamo che l’edera è una buona alleata, anche per controllare e combattere varie specie che possono essere infestanti, anche esotiche e legnose, come Ailanto (Ailanthus altissima) e robinia (Robinia pseudacacia), così come osservato a piu riprese dagli autori e come sperimentato successivamente nel Giardino dei Ligustri, parco storico a Loreto Aprutino (PE) e alla Riserva Regionale Sorgenti del Pescara a Popoli (PE), ad esempio, con un discreto successo. Non è facile capire, pertanto, come mai per alcuni giardinieri o per diversi paesaggisti, l'edera debba rappresentare sempre un problema, con un eccesso di pregiudizio e superficialità. Bisogna certamente, come detto fin ora, saper fare i dovuti distinguo e le giuste considerazioni, segiute da corrette azioni a riguardo.

 

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Azione dell'edera su alberi - Foto di Alberto Colazilli

 

Spesso si crede che l’edera possa far crollare le case, insinuarsi e penetrare negli alberi o nei muri. In realtà la caratteristica dell'edera è la sua capacità di aggrapparsi saugli alberi ma senza succhiarne linfa vitale, non essendo un parassita. Per chi invece ha copertura di edera su case e palazzi la mitigazione ambientale è assicurata perchè questa pianta oltre essere coibentante è pure un'ottimo alleato nella lotta all'inquinamento e alle polveri sottili in città. Per l’edera in sé, non è facile sgretolare o penetrare le mura, però essa può penetrare dei muri e nelle crepe dovute al loro normale deterioramento. Si dice anche che le radici dell'edera possano far crollare le case o addirittura che l'edera è un covo di zanzare o di altri insetti nocivi che poi si insinuano in casa. Tutto falso, l’apparato radicale dell’edera non è affatto capace di questo e gli unici insetti che essa possa attrarre, sono insetti innocui, utili e minacciati dall’inquinamento, come le api. Questo modo di pensare può essere degno solo di chi non conosce o non ama la natura evidentemente. . Si tratta, purtroppo, della classica visone utilitaristica spicciola di incauti cittadini e di addetti ai lavori poco professionali e accondiscendenti. L'edera va apprezzata per la sua utilità nel preservare la biodiversità e migliorare l’ecosistema urbano o del nostro giardino; nonché per la sua eleganza e rusticità. Tutto può essere un problema o una risorsa, e la differenza sta nel buon senso e nel suo adeguato controllo; insomma ad una considerazione e gestione intelligente. Evitando poi di dover intervenire per sfinimento, arrivando a terribili  tabulae rasae che suonano piu come atti dissennati o di vendetta, e che portano sempre e soltanto degrado del territorio e all’ impoverimento del bene pubblico o privato.

 

Alberto Colazilli, Kevin Cianfaglione, Piera Lisa Di Felice

Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio Onlus

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Bosco di Sant'Antonio a Pescocostanzo a rischio di capitozzatura. Preoccupazione per le associazioni ecologiste.

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 Bosco di Sant'Antonio a Pescocostanzo a rischio di capitozzatura. Preoccupazione per le associazioni ecologiste.

 

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Una suggestiva immagine del Bosco di Sant’Antonio – Foto Alberto Colazilli

 

Preoccupazione da parte delle associazioni ecologiste abruzzesi in merito alla richiesta di “sprotezione” del Bosco di Sant'Antonio di Pescocostanzo, a scopo pascolo e taglio degli alberi. Si tratta di un’area di protezione integrale ricadente nel Parco Nazionale della Majella, istituita nel 1986 per proteggere una delle faggete più belle e più famose dell'Appennino. Il Bosco, con i suoi 17 ettari, è da sempre un paradiso apprezzato da botanici, escursionisti, viaggiatori e turisti. Il particolare pregio naturalistico dell’area, purtroppo, è stato messo in seria discussione da una sentenza del 12 febbraio 2015, nella quale il Commissario Regionale agli usi civici ha dichiarato nulli i vincoli del Parco considerandoli illegittimi e mettendo in dubbio il Piano del Parco. Anche l’immobilismo del Parco è stato determinante per il conflitto istituzionale: non presentandosi in sede di giudizio, è stato condannato anche alle spese processuali. La sentenza crea conflitti con altri organi giudiziari sovra ordinari: statali ed europei, che invece si sono già espressi positivamente sulle norme di tutela in essere.
Spiegano le associazioni che si è trattato di un attacco contro una coraggiosa politica di conservazione della natura che non piace alle lobby e alle compagnie degli speculatori che vogliono trasformare il bosco in un’area di sfruttamento intensivo con il rischio di urbanizzare e cementificare definitivamente l’area. Si ripropone anche la discutibile pratica della capitozzatura degli alberi, divenuti monumenti naturali; una pratica colturale ormai superata che andrebbe ad uccidere o rovinare per sempre gli esemplari arborei, generando gravi danni all'immagine del bosco. In realtà, le bizzarre forme di alcuni faggi "a candelabro" presenti nel bosco di Sant'Antonio sono il frutto di quasi un secolo di mancate capitozze, altrimenti quegli alberi avrebbero avuto le aberranti forme degli esemplari che comunemente vediamo mutilati nei centri abitati e lungo le strade. Capitozze che hanno minato la vita di quegli esemplari e causato marciumi. L’area in origine era un bosco difeso dal taglio (Bosco Difesa), poi divenuto pascolo e tagliato, non essendovi più boschi sufficienti. Il bosco che oggi vediamo è quindi il risultato delle antiche vestigia originali, quelle del bosco sacro e inviolabile, alle quali si sono sommate successivamente le tracce degli antichi usi e distruzioni che rimarranno per sempre (paesaggio fossile), per poi ri-naturalizzarsi negli ultimi due secoli.
In Italia abbiamo bisogno di boschi con alberi vetusti e con dinamiche naturali; difatti seppure il bosco in molte parti sta ritornando grazie all’abbandono dei terreni agricoli, la struttura dei boschi italiani è ancora misera, per via della gioventù dei boschi o a causa dei tagli troppo frequenti e massicci.

 

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Veduta sul Bosco di Sant’Antonio – Foto Alberto Colazilli

 


Secondo le associazioni, il rischio che le motoseghe possano irrompere nel bosco è ormai reale e incombente. Tutto dipende dal buonsenso della nuova amministrazione comunale. Il bosco rappresenta un biotopo di elevato pregio naturalistico, riconosciuto universalmente dalla comunità scientifica e da quella europea, dove le dinamiche naturali hanno arricchito il bosco grandi alberi ad alto fusto e monumentali. Ben diverso dalla boscaglia troppo giovane o troppo tagliata che domina la nostra regione, e tutta l’Italia. Nei 3 grandi censimenti degli alberi monumentali eseguiti nel tempo, dalla Forestale, dalla Regione e dal Parco Nazionale della Majella, si evidenzia la straordinaria ricchezza di questo bosco in grandi alberi. Circa la metà degli 800 alberi monumentali di tutto il parco nazionale, risiedono infatti nel Bosco di S. Antonio. La maestosità di questo Bosco attira ogni anno migliaia di turisti, villeggianti e cercatori di grandi alberi che contribuiscono a divulgare le bellezze della zona. Nell’immaginario collettivo degli abruzzesi il Bosco di Sant’Antonio rappresenta un luogo magico, un bosco sacro, un luogo incantato, del tutto particolare, con il suo aspetto culturale, storico, vetusto e soprattutto selvaggio. Un richiamo che attira visitatori da centinaia di chilometri, anche ben oltre i confini della regione. Per questi motivi, l’area è degna di essere tutelata ai massimi livelli. Una soluzione intermedia è possibile: se da un lato è importante far si che l'area protetta diventi sempre più un luogo aperto alla fruizione rispettosa dei cittadini e all’educazione ambientale; dall'altra è gravissimo dare valore alla capitozzatura, alla eliminazione di alberi o alla distruzione del sottobosco, arrecando un gravissimo danno turistico e naturalistico.
E’ fondamentale, per le associazioni che firmano il presente documento, trovare una congrua soluzione, ed intervenire al più presto per evitare che lo storico biotopo venga ridotto a terra di conquista. La biodiversità del Bosco di Sant'Antonio è una ricchezza inestimabile per tutto il territorio abruzzese e italiano. Il bosco, tra l’altro è anche Sito di Interesse Comunitario e nel 2012 è stato insignito del Premio “Carlo Scarpa” per il Giardino. Danneggiarlo rappresenterebbe un delitto imperdonabile.


Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio Onlus

Pro Natura Abruzzo

WWF Abruzzo

FAI Abruzzo

LIPU Abruzzo

Italia Nostra Pescara

  

 

 

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La sistematica distruzione della Pineta di Marina di Grosseto

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La sistematica distruzione della Pineta di Marina di Grosseto

Riceviamo e pubblichiamo dal "Comitato Marina di Grosseto"

 

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Ruspa a lavoro nella pineta. Foto by Comitato Marina di Grosseto. 

 

Dal mese di aprile 2014 su decine di ettari privati e pubblici tra Marina di Grosseto e Principina a Mare, sono stati tagliati varie centinaia se non migliaia di pini marittimi e tutto il sottobosco, con la motivazione della lotta al Matsucoccus e per scopi antincendio. Molti pini erano VERDI, SALDI E SENZA SEGNI DI MATSUCOCCUS. Eliminando piante e sottobosco, hanno raso al suolo intere aree di pineta.
Nostri esperti certificano che la malattia da Matsucoccus non è disseminata e i tagli massivi sono ingiustificati. Vicino alle case i pini marittimi malati sono maggiori ma anche lì vi sono piante sane che possono essere portatori di resistenza genetica all’insetto e vanno assolutamente salvati, mentre sono stati tutti segnati indiscriminatamente per il taglio. Nostri ripetuti appelli a Comune, Provincia, Regione, Corpo Forestale dello Stato Provinciale e Regionale, Prefetto, Soprintendenza di Siena e di Firenze e due esposti in Procura non hanno finora fermato i tagli.

Nella conferenza dei Servizi della Provincia di Grosseto in data 27.10.14 è stato approvato un progetto per la misura 226 del Pino Sviluppo Rurale con tagli di “diradamento”, decespugliamento in gran parte meccanico del sottobosco, “messa in chioma” dei Pini domestici su 5 aree pinetali, di cui una, in area privata san Carlo, dentro il Parco della Maremma. Nell’Area “Pignacce”, 28 ettari retrodunali a pino marittimo tra Marina e Principina a Mare, il progetto prevede di tagliare la maggioranza dei pini (un esperto forestale, esaminato il progetto, sostiene oltre l’80%!), provocando “ aree priva di soprassuolo arboreo” (testuali parole del progetto: distruggendo invarianti strutturali!), nonché decespugliamento totale del sottobosco, senza piano di rimboschimento o semina: quindi, addio biodiversita’ e morte irreversibile e totale dei 28 ettari di pineta. Riguardo all’area nel Parco della Maremma, elimineranno centinaia di pini domestici e alcuni ettari di biodiversità.

 

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Distruzione sistematica della pineta - Foto by Comitato Marina di Grosseto

 

Dal mese di novembre 2014 (ce ne siamo accorti il 7 dicembre), hanno iniziato a tagliare tutto il sottobosco con mezzi meccanici andanti in un sito SIC SIR ZPS NATURA 2000, verso il km. 28, tra Marina e Castiglione, scopo: antincendio. Progetto della Provincia, del febbraio 2014, con finanziamenti pubblici in aree private. Hanno evidentemente tagliato anche tutti i giovani pini domestici in rinnovazione spontanea: nelle aree vicine non trattate ce ne sono molti, qui più nessuno. (Il sottobosco è fondamentale per il mantenimento della biodiversità e la sua asportazione elimina la rinnovazione e distrugge il bosco come ecosistema, rendendolo solo un insieme di alberi. L’antincendio va fatto con mezzi attivi: torrette, videosorveglianza, satelliti, coleotteri rivelatori del fuoco, volontari e personale pagato coi finanziamenti della misura 226).

Infine il 9.12.14 siamo stati in Provincia a chiedere di visionare i progetti relativi ai tagli scoperti il 7.12. Ci sono 4 lotti, che interessano l’intera pineta del Tombolo nella zona protetta SIC, SIR, ZPS, NATURA 2000, da Castiglione a Fiumara! La tratteranno tutta come la zona al km 28: eliminazione di tutto il sottobosco e della rinnovazione spontanea. Rimarranno solo i pini domestici adulti: annientamento dell’intero sistema bosco-pineta. Il tutto entro fine gennaio 2015. Tra meno di due mesi sarà tutto finito. L’intera pineta del Tombolo denudata. Annientata. Non più biodiversità. Sono una serie di alberi NUDI. Il tutto per i finanziamenti della misura 226: antincendio e salvaguardia degli habitat! Pare che non siano state fatte Conferenze di Servizi, solo una delibera di approvazione del Progetto. In 50 giorni, il Tombolo intero scomparirà. Tra meno di due mesi, tutta la Pineta sarà finita e rimarrà solo ciò che si può vedere qui sotto.

 

 

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Sistematica eliminazione del sottobosco nella pineta. Foto by Comitato Marina di Grosseto. 

 

Questa è la fine della Pineta del Tombolo. Per prendere i soldi pubblici della misura 226, che dovrebbe TUTELARE L’HABITAT E NON CERTO DISTRUGGERLO, e presumiamo per vendere cippato al co-inceneritore di Scarlino e alle centrali a biomasse.

 

Comitato salviamo la pineta di Grosseto, con preghiera di diffusione

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Eliminare il sottobosco: un'azione fortemente errata!

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Eliminare il sottobosco: un'azione fortemente errata! 

 

 

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Eliminazione del sottobosco in pineta. Foto di "Comitato Marina di Grosseto"

 

Il sottobosco ha una funzione fondamentale nella vita e rigenenerazione del bosco stesso. E non tutti ne conosco l'importanza. Forse perchè in pochi hanno trattato questo argomento a dovere. Nel sottobosco va ad accumularsi il legno morto, fondamentale per il mantenere il ciclo del carbonio e alla base della catena alimentare. E il legno in disfacimento non è un combustibile attivo. Non tutti sanno che dopo l’eliminazione del sottobosco, i cespugli e le erbe rispuntano in maniera veloce, più intricata e più fitta già in un anno, senza risolvere alcun problema in merito all'incendio, ma anzi aumentando i costi di manutenzione, eliminando la rinnovazione e trasformando il bosco da ecosistema a mero insieme di alberi. Tali attività rientrano in una visione vecchia e fortunatamente sempre meno accettata dal mondo scientifico, ma che rigurgita di tanto in tanto per varie motivazioni poco chiare, favorite dalla convenienza speculativa, per prendere i soldi dei finanziamenti o per fornire materiale legnoso da smaltire a buon mercato negli inceneritori o come biomassa.
Questo tipo di “pulizia anti-incendio” passiva minaccia anche altri esseri viventi, come animali, funghi, licheni, muschi, microorganismi e piante che necessitano del sottobosco. Rendendo altresì quell'insieme di alberi un qualcosa di molto meno resiliente, non avendo più un sottobosco e una rigenerazione pronta a sostituire gli alberi che cadono o che muoiono, esponendo il suolo a maggiori rischi di erosione e desertificazione; ostacolando le dinamiche naturali della rinaturalizzazione.

 

 

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Eliminazione del sottobosco in pineta. Foto di "Comitato Marina di Grosseto"

 

 


Queste opere finiscono troppo facilmente per divenire più dannose e distruttive di un incendio, alimentando filiere delle biomasse di sottobanco, più o meno legali. Si tratta di opere fortemente invasive, la cui efficacia è messa sempre più in discussione, pertanto andrebbero evitate, soprattutto se inflitte su superfici vaste o su aree delicate da un punto di vista ecologico, idrogeologico o paesaggistico. A ben vedere nella letteratura e analizzando i costi/benefici di queste opere di “pulizia”, come per le cesse tagliafuoco e le strade forestali, si è visto che sarebbero quasi sempre sconsigliabili poiché con molti lati negativi che non sono controbilanciati da alcuna netta efficacia, rispetto a quanto è dato possibile comunemente credere. Inoltre queste discutibili realizzazioni finiscono con il distrarre attenzioni, fondi e risorse da altre opere più auspicabili: dalle opere anti incendio considerate attive.

Tra le opere antincendio di questo tipo annoveriamo: personale ed attrezzature adeguate all’avvistamento e allo spegnimento dei fuochi; strumenti video terrestri e satellitari di rilevamento e geo-localizzazione; corsi di formazione ed aggiornamento; il miglioramento del pronto intervento e della gestione delle emergenze; ricerca nel campo delle tecniche di approccio e spegnimento degli incendi; sviluppo di nuovi materiali e metodologie si spegnimento, contrasto e dissuasone non impattanti; indagini e pene certe verso gli incendiari; misure di serio vincolo delle aree incendiate con l'istituzione del relativo catasto delle aree bruciate.

 

 

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Eliminazione del sottobosco in pineta. Foto di "Comitato Marina di Grosseto"

 

Lontano dai vulcani in eruzione, i nostri boschi non bruciano se nessuno vi appicca il fuoco. Ogni opera invasiva "passiva" sarebbe come il voler tutelare la Gioconda dai danni del tempo e dei vandali immergendola in un metro cubo di cemento; forse sarà risolto il problema, ma non ci sarà più la Gioconda di cui godere. Nessuno lo penserebbe mai, eppure in ambito forestale molti lo fanno e ne vanno fieri.

In questa babele dove i controlli sono sempre più difficili, i ruoli istituzionali e le pene sono sempre più incerte, ecco che si finisce per autorizzare o finanziare tutto, spacciandolo per il contrario di tutto; ed ecco che vengono facilitati i gruppi d’affare - fino alle associazioni a delinquere di stampo mafioso e va a rimetterci purtroppo e sempre la collettività.
Stesso discorso dovrebbe valere nell’approccio alla rinaturalizzazione, all’avviamento ad alto fusto, al contrasto dei parassiti, alla gestione della vegetazione ripariale, verde urbano, e via discorrendo. Non bisognerebbe mai pensare ad attività o soluzioni drastiche, perpetrate su larga scala o su ambienti pregiati. Ma dovrebbe vigere il buon senso della misura e il senso di precauzione.
Poiché quasi sempre l’intervento umano si dimostra superfluo o non indispensabile e può giustificare sempre in qualche modo il legnatico, ovunque, fuori da ogni necessità ambientale e scavalcando ogni vincolo.
Altre volte invece sembra quasi si giochi con il bosco e con gli alberi a  seconda delle mode o dei vani gusti/interessi personali che rischiano seriamente di porsi come un problema gestionale o di xenofobia vegetale, contro ogni tipo di buonsenso.
Beffando a varie riprese la comunità locale, i proprietari dei fondi privati o il diritto collettivo di godere delle superfici e dei boschi pubblici.

 

Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio ONLUS

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Incendi, incendiari e la nostra Italia - di Kevin Cianfaglione

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Incendi, incendiari e la nostra Italia

di Kevin Cianfaglione

 

È recentissima la notizia secondo la quale un incendiario è stato finalmente catturato con prova video mentre appiccava un incendio in provincia di Isernia. Immortalato mentre appicca il rogo dalle telecamere di sorveglianza piazzate dalla Forestale. L'uomo, un 50enne è un ausiliario dei Vigili del fuoco, ed è accusato di aver provocato l'incendio sul monte Stingone, il primo Agosto scorso. Nel video si vede una macchina che si ferma, il finestrino, che si apre e un uomo lancia una razzo o una bottiglia incendiaria in mezzo alle sterpaglie. Dopo meno di un mese grazie a questo filmato in cui si vedono la targa dell'auto e altri dettagli utili gli uomini della Forestale sono riusciti ad arrestare il colpevole, che ora rischia dai 4 ai 10 anni di reclusione e su cui ancora si indaga per valutare eventuali responsabilità anche in altri casi. Fondamentali sono state le telecamere installate in una zona ritenuta a rischio. Il video ha permesso anche di cogliere l'altro lato della medaglia: poco dopo l'incendiario passa un'altra macchina da cui scendono di corsa due uomini che spengono l'incendio usando delle bottiglie d'acqua. Un gesto che ha impedito danni ben più gravi alla vegetazione.

 

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Un incendio come tanti in Italia che divorano tutto al loro passaggio distruggendo tutto e mettendo in pericolo le attività umane, la faune e la flora con ingenti danni. Tanti sono gli eroi quotidiani in questa lotta estenuante e senza tempo. Foto da: http://www.taorminainforma.com/wp-content/uploads/2013/07/incendio-boschivo.jpg

 

È altrettanto recente la polemica seguita al fatto che in Italia quest’anno non avevamo abbastanza Canadair e altri mezzi adeguati per spegnere gli incendi, che divampano nella nostra penisola, e quest’anno nonostante tutto la fortuna ha voluto una estate abbastanza fresca e poco secca. Purtroppo spesso si parla di piromani, ma spesso non c’è malattia mentale ma solo interessi dietro questi incendi. 

È difficilissimo trovare i responsabili cogliendoli sul fatto, e quando accade poi le leggi dovrebbero esser più serie e certe; infatti bisognerebbe considerare gli incendi dolosi come reati contro l’umanità, delitti talmente gravi poiché non solo distruggono boschi, alberi, animali ed ecosistemi; inquinano, sono un costo enorme per la società , ma minacciano gravemente il territorio; promuovono il dissesto, deturpano il paesaggio, minacciano case, attività produttive e spesso sono causa di morte per innocenti malcapitati o di eroi che cerano di spegnere le fiamme.

 

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I mezzi aerei sono un sistema efficiente per lo spegnimento e il controllo degli incendi. Foto da: http://www.sienanews.it/wp-content/uploads/2012/07/incendi.jpg

 

Inoltre viene a galla un altro problema, relativo agli ausiliari e a coloro che sono a tempo determinato assunti nei vigili del fuoco, nel corpo forestale dello stato o da enti locali, che troppo spesso pur di giustificare il loro lavoro o essere ricontrattualizati o riconfermati scelgono di appiccare gli incendi, da veri speculatori assassini, criminali, cinici e spietati. Senza contare che quando si parla di amnistie, condoni, sconti di pena,  questi finiscono sempre con l’agevolare anche questi pericolosi delinquenti che dovrebbero esser sempre essere allontanati dalla società per via della loro furia criminale e per la loro pericolosità; questi programmi politici od amministrativi dovrebbero quantomeno non essere applicabili a loro favore; altrimenti una vera lotta è inutile e il sistema legislativo diventa solo una cosa ridicola, senza più alcun senso. Altrimenti i partiti saranno corresponsabili e favoreggiatori di questi pesanti reati, di grave allarme sociale.

Non è raro vedere aree geografiche continuamente percorse dagli incendi per anni, anche in inverno o dopo le piogge e per coincidenze strane,  questi incendi finiscono non appena si appaltano o si concedono con metodi più o meno trasparenti i lavori forestali di prevenzione anti-incendio o i lavori di sistemazione dei vers0anti incendiati o scampati agli incendi.

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Eroi che ogni giorno sfidano il pericolo combattendo contro gli incendi. Foto da: http://www.terninrete.it/headlines/articolo_view.asp?ARTICOLO_ID=340007

 

Anziché buttare soldi in opere edili pubbliche inutili e ridondanti, anziché spendere soldi in opere di prevenzione incendio che favoriscono gli incendiari e spesso sono più invasive, deleterie e dannose degli incendi stessi, anziché alimentare spese pubbliche  per mezzi meno utili sarebbe bene potenziare, rendere più efficace il sistema anti incendio e di prevenzione, dove le prove video e fotografiche sono indispensabili per cogliere sul fatto gli attentatori; e dove un più efficiente e diffuso sistema di monitoraggio umano affiancato, dalla tecnologia, dai satelliti e da una flotta aerea maggiormente numerosa, rapida e adeguata, pronta ad ogni evenienza, sarebbe indispensabile.

È inutile parlare di pulizia, di barriere taglia fuoco, tutto diviene inutile e risibile se il resto non va, tutto può bruciare se viene incendiato. Ricordo come pochi anni fa in Abruzzo ettari ed ettari vennero divorati dalle fiamme che riuscirono a scavalcare le 6 corsie dell’Autostrada, senza alcun problema, nonostante la larghezza e proseguire la loro inarrestabile furia distruttrice.

 

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Negli incendi i danni ambientali, economici, umani e paesaggistici sono ingenti, creando danni a cose, animali, piante e persone, che possono rimetterci la vita in maniera atroce. Nella foto un cavallo bruciato vivo, in un incendio in Sardegna appiccato con razzi incendiari. Foto da: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2013/08/09/l_isola_in_ginocchio_piange_lacrime_di_cenere_i_ritardi_dei_canadair_e_caccia_agli_incendiari-6-325065.html#foto1

 

Un plauso e delle onorificenze andrebbero concesse non solo agli eroi che sfidano la sorte spegnendo gli incendi con animo nobile ma soprattutto ai passanti che quel giorno in provincia di Isernia si sono trovati con la macchina, pochi minuti dopo l’incendiario criminale assassino, che han chiamato i soccorsi e cercato di spegnere le fiamme innescate, limitando i danni.  Un grazie a loro e a chi come loro, sono dei veri eroi, purtroppo spesso lasciati in silenzio.

Vedi il video del misfatto: http://video.tiscali.it/canali/News/Italia/177702.html

 

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Il bosco sacro nella tradizione nordico-germanica

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Il bosco sacro nella tradizione nordico-germanica

 

Stefano Giuliano

 

 

Com’è noto, le conoscenze relative alla religione degli antichi Germani sono piuttosto frammentarie poiché non esistono attestazioni dirette delle loro tradizioni e delle loro pratiche rituali. Non che costoro non avessero una scrittura, come prova l’esistenza dell’alfabeto runico, ma essa era adoperata solo in ambito magico, preferendo affidarsi alla tradizione orale per trasmettere concezioni e credenze . Per questa ragione occorre attingere a fonti indirette o posteriori malgrado tutta una serie di problemi insidiosi e delicate questioni interpretative che ciò, inevitabilmente, comporta e malgrado  la consapevolezza di delineare  un quadro pur sempre parziale e incerto, vincolato dai limiti delle conoscenze. Non si può escludere, infatti, che interi aspetti della vita religiosa delle popolazioni germaniche resteranno sempre  ignoti[1]Ad ogni modo, tra i documenti di cui ci si può servire per cercare quanto meno di orientarsi in questo scenario denso di suggestioni ma pieno di lacune, vi sono: in primis gli scritti degli autori classici da Livio a Cesare, a Plinio il Vecchio, a Tacito, e via dicendo; quindi le Vitae dei missionari che, a cavallo tra la fine dell’età antica e l’inizio di quella medievale, si dedicarono all’opera di conversione (ma le agiografie vanno prese con cautela a causa dell’atteggiamento – ça va sans dire – non proprio favorevole verso i culti locali); ancora, i testi islandesi, come l’Edda poetica e l’Edda di Snorri ma anche le celebri saghe norrene risalenti ai secoli XII-XIII; infine, i racconti dei viaggiatori arabi che in epoca medievale viaggiarono nei territori dei Vichinghi: Ibn Fadlan, Ibn Rustah, Al Tartushi.

Altre fonti importanti cui ricorrere per avere ulteriori informazioni sono i reperti archeologici, la toponomastica, la numismatica, la filologia, e così via.

 Fra gli scrittori latini Tacito resta il principale riferimento grazie a quell’autentico trattato di etnografia che è il De origine et situ Germanorum conosciuto anche, più semplicemente, come La Germania, e che è anche un’opera d’inestimabile valore storico[2].

Tacito, dopo aver segnalato che le quattro divinità più importanti sono Mercurio, Ercole, Marte e Iside (in seguito identificati dagli studiosi, non senza alcune riserve, come Wodan, Thuranaz, Teiwaz, Nerthus), scrive che i Germani:

 “Non ritengono (…) conforme alla maestà degli dèi il racchiuderli fra pareti, né il ritrarli in alcuna forma che ricordi l’immagine umana; consacrano alle divinità boschi e selve e danno nome di dio a quell’essenza misteriosa, che solo un senso religioso fa loro intuire.” (De origine et situ Germanorum, 9)

 Il passo è celebre ed è stato largamente commentato. Pur con qualche dubbio sull’esattezza dell’affermazione, sembra ricavarsi che le popolazioni germaniche, diversamente dai popoli mediterranei e mesopotamici ma similmente ai Celti, non avessero l’abitudine di costruire templi o edifici cultuali né amassero ritrarre i propri dèi in forma umana. In altre parole, i Germani avrebbero officiato i propri riti all’aperto e senza raffigurazioni antropomorfiche. In particolare – ed è questo il punto che qui maggiormente interessa –, i Germani avrebbero eletto alla stregua di luoghi sacri le imponenti e inestricabili foreste di latifoglie e conifere che dominavano e avvolgevano i territori dell’Europa centro-settentrionale,  percependo in esse la misteriosa e ineffabile presenza del divino.

 Successivamente, Tacito, in un altro passo ugualmente celebre, descrive un rituale collegato alla dea Nerthus:

 “Vi è in un’isola dell’oceano un bosco sacro e in esso un carro votivo, ricoperto di un drappo; al solo sacerdote è concesso toccarlo. Costui comprende quando la dea è presente nel santuario e la segue con molta devozione, mentre è trasportata da giovenche. In quell’occasione i giorni sono pieni di letizia e sono adorni a festa i luoghi in cui la dea si compiace di andare a prendere dimora (…). Più tardi il carro, il drappo e (…) la stessa divinità, vengono immersi per un lavacro in un lago nascosto. Quest’operazione è affidata ad alcuni schiavi che lo stesso lago subito inghiotte.” (De origine et situ Germanorum, 41)

 Il brano di Tacito conferma l’idea del bosco come luogo sacro (castum nemus) nel quale si svolgono pratiche religiose che prevedono l’inabissamento di oggetti e suppellettili: carri, imbarcazioni, armi, vestiti, giocattoli, e così via, evidentemente offerti agli dèi.

Ma più che le pratiche particolari, che venivano compiute, è importante l’idea stessa del bosco come luogo sacro. È un’idea che salda il rapporto tra uomo e natura, immaginando l’uomo nella natura come un uomo che abiti nel sacro.

Il bosco, insomma, come luogo mistico. Entrarvi è entrare in una dimensione altra. Una dimensione che non è quella del quotidiano, bensì un mondo misterioso, arcano, tutto pervaso dall’essenza divina della vita.

Proteggere i boschi, dunque, è proteggere gli alberi, e anche proteggere la vita, proteggere se stessi.

Un divino a portata di mano… Si può vivere nel divino entrando in un bosco. Concezione semplicissima e di grande suggestione . Nessuna spaccatura tra umano e divino, ma assoluta contiguità.

 Uno scrittore moderno, profondo conoscitore della mitologia nordica, il quale era dotato di una particolare sensibilità verso la natura e che amava gli alberi come Tolkien è riuscito a rendere l’essenza sacra del bosco nei suoi romanzi, creando alcuni luoghi straordinari e fortemente evocativi, come Mirkwood ne Lo Hobbit, e come la Vecchia Foresta, Fangorn e, soprattutto, la meravigliosa Lothlórien nel Signore degli Anelli, i cui magnifici alberi dalle foglie d’oro sono di una bellezza incomparabile:

 “un verde muro che circondava un verde colle ove si affollavano gli alberi d’oro più imponenti (…). Impossibile precisare la loro altezza: giganteggiavano nel vespero come torri viventi. Tra i loro rami frondosi e le loro foglie sempre vibranti, brillavano innumerevoli luci verdi, oro e argento.”[3]

 Premesso che non si può dare per scontato che non esistessero costruzioni dedicate alle celebrazioni del culto – del resto lo stesso Tacito riguardo a Nerthus parla espressamente di un tempio (penetrali[4]) – mentre è più probabile fossero poche e scarsamente diffuse in quanto i Germani non avevano un’architettura molto sviluppata[5], resta che anche in un altro rimarchevole passaggio del testo si allude a rituali effettuati in aree boschive. Si può notare en passant l’utilizzo da parte di Tacito dei vocaboli nemus e lucus il cui campo semantico, soprattutto nel caso del secondo termine, rinvia alla sfera del sacro, diversamente dall’altra parola latina indicante il bosco, ossia silva, il cui significato è sempre profano, almeno fino all’avvento di Virgilio che nelle Bucoliche ne muterà l’uso adoperandolo anche in riferimento agli dei (“habitarum Di quoque silvas”, II, v. 60)[6].

 Ora il collegamento fra mondo arboreo e religione si ritrova anche presso altri popoli antichi e, almeno per alcuni di essi, sembra scaturire da un comune retaggio indoeuropeo, basta pensare al famoso alsos di Dodona in Epiro, oppure al parimenti famoso nemus Aricinum nell’Italia centrale dove si ergeva il tempio di Diana e al quale si possono aggiungere il lucusMaricae sul Garigliano e il lucus Angitiae del popolo dei Marsi sul lago Fucino. Altri richiami possono rintracciarsi presso i Celti come il Drunemeton, situato in Asia Minore, luogo d’incontro del Consiglio dei Galati (Strabone, Geografia, XII, 5, 1), e la celebre foresta dei Carnuti, sede di periodiche riunioni dei druidi, ritenuta il centro della Gallia (Cesare, De Bello Gallico, VI, 13)[7].

Ma è presso le popolazioni germaniche che esso sembra possedere una peculiare valenza, durando a lungo nel tempo. Lo dimostra sia la diffusione di espressioni correlate al bosco per indicare un luogo di culto o un tempio come l’antico alto-tedesco harug o il gotico ahls[8] sia la persistenza di riferimenti letterari e storici al culto degli alberi e ai boschi sacri in area scandinava a distanza di secoli.

Si pensi al mito della prima coppia umana creata da due alberi, un olmo e da un frassino da cui i loro nomi Askr ed Embla cui si fa cenno nelle due Edda (Völuspá,17-18; Gylfaginning, 9), oppure al bosco sacro del tempio di Uppsala descritto nelle cronache di Adamo di Brema (Gesta Hammaburgensis Ecclesiae Pontificum, 26-27).

In molti casi, come ha sottolineato Gianna Chiesa Isnardi, il bosco è uno spazio di protezione e tutela, un territorio nel quale ripararsi, nascondersi per ristorarsi e rinnovarsi, un luogo in cui si avverte la potenza del sovrumano, in cui abita e si rivela il divino[9].     

Si potrebbero portare anche altri esempi ma anche così emerge nitida l’immagine di ciò che un tempo era il bosco, una zona di confine, soglia tra umano e divino, porta d’ingresso nel soprannaturale. Una regione arcana nella quale compiere atti di venerazione e riti d’iniziazione, celebrare liturgie sacrificali e comunicare con gli dèi.  

 

 

 



NOTE

 

[1] Peraltro, come non manca di rilevare Jan de Vries, si tratta di una situazione “persino ricca” se confrontata con le ancor più scarse notizie a disposizione per Celti, Slavi e Balti (J. De Vries, La religione dei Germani, in AA.VV., Le religioni dell’Europa centrale precristiana, a cura di H.-C. Puech, trad. it. di M.N. Pierini, Laterza, Roma-Bari 1988, p. 59).

[2] Tacito, La Germania, a cura di L. Lenaz, trad. it. di B. Ceva, B.U.R., Milano 19985.

[3] J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, a cura di Q. Principe, trad. it. di V. Alliata di Villafranca, Bompiani, Milano 200418, p. 452.

[4] Si tratta della parte più interna del tempio dove erano conservate le statue degli dèi.

[5] E.O.G. Turville-Petre, Religione e miti del Nord, trad. it. di L. Rocchetti, Il Saggiatore, Milano 1964 (s.l. s.d.), p. 313.

[6] E. Malaspina, Nemus sacrum? Il campo di Nemus nel campo semantico del bosco, in «Quaderni di Filologia Linguistica e tradizione classica», Anno I, n. 1 (1995),  pp. 76-77.

[7] J. Brosse, Mitologia degli alberi. Dal giardino dell’Eden al legno della Croce, trad. it. di G. Angiolillo Zannino, B.U.R., Milano 19984, pp. 151-156; L. Brunaux, Les bois sacrés des Celtes et des Germanis, in AA.VV, Les bois sacrés, Collection du Centre Jean Bérard, 10, Naples 1993, pp. 57-65. Cfr. pure la voce “bosco” curata da G. Stara Tedde per l’Enciclopedia Treccani disponibile all’indirizzo web: http://www.treccani.it/enciclopedia/bosco_(Enciclopedia-Italiana)/.

[8] E.O.G. Turville-Petre, op. cit., p. 313; E. Campanile, La religione dei Germani, in AA.VV., Storia delle religioni. 1. Le religioni antiche, a cura di G. Filoramo, Laterza, Roma-Bari, 1994, p. 641.

[9] G. Chiesa Isnardi, I miti nordici, Longanesi & C., Milano 1991, p. 482-484.

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Alla ricerca delle foreste perdute - news foreste oasis 2011 - di Franco Tassi

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Quale futuro per le foreste - di Franco Tassi

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