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Le migliori specie arbustive e rampicanti contro lo smog e l'isola di calore nelle città

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Le migliori specie arbustive e rampicanti

contro lo smog e l'isola di calore nelle città

 


Il clima urbano è un ambiente complesso e difficile in cui le piante si trovano a dover subire dei continui disturbi, dove il suolo a disposizione è molto poco e dove le esigenze idriche e manutentive sono maggiori.
Ciò che caratterizza le città è la cosiddetta "volta urbana" (canopy layer) che è quella fascia atmosferica tra il suolo e i tetti dei palazzi, con alternanza di spazi, strade, piazze, microclimi indotti proprio dalla presenza delle costruzioni, rapporto tra vuoti e pieni, altezza dei palazzi e larghezza delle strade. La differenza di temperatura tra centro cittadino e aree rurali può variare 1/2 gradi nei valori massimi giornalieri e 2/4 gradi nei valori minimi. Il vento, per la presenza delle abitazioni, risulta di intensità decisamente minore rispetto alle aree rurali. 
La fascia della "volta urbana" è quella in cui i cittadini vivono e si muovono ed è qui che si deve intervenire con il miglioramento dell'"ambiente urbano" attraverso l'utilizzo di verde ornamentale con specie resistenti  e capaci di mitigare al meglio gli effetti negativi dell'"isola di calore.
Azioni importanti dovrebbero essere la copertura  dei palazzi con rampicanti, costruire barriere verdi con arbusti e siepi fitte e realizzare  tetti e terrazzi verdi a bassa manutenzione. Un miglioramento del paesaggio urbano che aiuta a eliminare le polveri sottili e i gas inquinanti emanati dal traffico cittadino e dagli stessi edifici.
Recentemente il progetto "M.I.A. Valutazione quantitativa delle capacità di specie arbustive e arboree ai fini della Mitigazione dell'Inquinamento Atmosferico in ambiente urbano e periurbano", finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e con la partecipazione del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura, ha fatto uno studio su otto specie arbustive di habitat mediterraneo: Agrifoglio (Ilex aquifolium), Viburno (Viburnum tinus), Viburno lucido (Viburnum lucidum), Corbezzolo (Arbutus unedo), Fotinia (Photinia spp.), Alloro (Laurus nobilis), Eleagno (Eleagnus spp.) e Ligustro (Ligustrum spp). Secondo lo studio, tali specie arbustive ornamentali sono in grado di assorbire i metalli pesanti prodotti dall'inquinamento da traffico e il particolato atmosferico e di fissarli e ripartirli nella propria struttura legnosa. Gli arbusti che hanno avuto maggiori valori di deposito fogliare sono l'eleagno, il ligustro e il viburno lucido. L'eleagno è stato definito il miglior arbusto accumulatore di polveri sottili grazie alla particolarità delle sue foglie estremamente pelose. 
Oltre alle specie sopra citate esistono altri arbusti molto resistenti e rustici che si possono utilizzare per realizzare barriere anti-smog in cittàTra questi ricordiamo il Corniolo (Cornus spp), la Sanguinella (Cornus sanguinea), il Berberis (Berberis spp), l’Ibisco (Hibiscus siriacus), Bosso (Buxus sempervirens), Lauroceraso (Prunus laurocerasus), Lagerstroemia (Lagerstroemia indica), Cotoneaster (Cotonaster spp.), Agazzino (Pyracantha spp.), Fusaggine (Evonimus europaeus), Spirea (Spirea spp.), Fiore d’Angelo (Philadelphius spp.), il Synphoricarpus spp, l’olivello spinoso (Hippophae rhamnoides), l’olivello di Boemia (Eleagnus angustifolia), Iperico (Hypericum spp), Maggiociondolo (Laburnum spp.), Oleandro (Nerium oleander), Rhamnus alaternus, Abelia (Abelia grandiflora), il Pitosporo (Pitosporum tobira) e Cotynus spp.., 
Tra i migliori rampicanti  che possono svolgere un’opera di mitigazione dell’aria in ambiente urbano ricordiamo l’Edera (Hedera spp.) nelle sue svariate colorazioni, la Vite Canadese (Parthenocissus spp.) con il suo fogliame rosso fuoco autunnale, il gelsomino giallo (Jasminum nudiflorum), il Rincospermum jasminoides con la sua profumata cascata di fiori bianchi in primavera e il Glicine (Wisteria chinensis) con la sua splendida fioritura primaverile. Questi rampicanti possono essere utilizzati per ricoprire gli edifici e dare quindi un  grande fascino a molte aree della città. 

 

Lista di alcuni arbusti e rampicanti per siepi e barriere anti-smog

 

 Eleagnus

Eleagnus spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

Ligustrum

Ligustrum spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

Laurus Nobilis

Laurus nobilis (Foto di Alberto Colazilli)

 

Pyracantha

Pyracantha spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

 Photinia

Photinia spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

Viburnum Tinus

Viburnum tinus (Foto di Alberto Colazilli)

 

Corbezzolo

Arbutus unedo (Foto di Alberto Colazilli)

 

Berberis

Berberis spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

Hedera

Hedera spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

Parthenocissus

Parthenocissus spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

Jasminum

Jasminum nudiflorum (Foto di Alberto Colazilli)

 

Philadelphius

Philadelphius spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

Spirea

Spirea spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

Hibiscus

Hibiscus siriacus (Foto di Alberto Colazilli)

 

Glicine

Wisteria spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

Cotoneaster

Cotoneaster spp. (Foto di Alberto Colazilli)

 

 Oleandro

Nerium oleander (Foto di Albeto Colazilli)

 

Alberto Colazilli

Paesaggista curatore di parchi e giardini

Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio Onlus

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La lotta degli alberi contro l'inquinamento

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La lotta degli alberi contro l'inquinamento.

Preziosi e formidabili alleati per migliorare l'aria delle nostre città. 

 

 Bagolaro1

Il Celtis australis è stato inserito nel top degli alberi anti-smog. Foto di Alberto Colazilli 

 

Il costante aumento di polveri sottili nelle nostre città sta diventando un problema serio per la salubrità dell'aria con peggioramento delle condizioni di vita degli stessi cittadini. Si è costretti a vivere in situazioni veramente difficili, come se avessimo una pistola puntata alla tempia, perchè il rischio di malattie serie e mortali è sempre in agguato. 

E' stato studiato che una quotidiana esposizione all'aria inquinata può provocare tumori e malattie cardiovascolari come infarti, ictus e problemi di circolazione, seri problemi respiratori come asma e brochiti croniche, danni agli occhi con infiammazioni e irritazioni, con costi altissimi per la sanità e per i cittadini. Biossido di azoto, monossido di carbonio, ozono, anidride solforosa e  il particolato atmosferico (PM10: materiale particellare con diametro aerodinamico di dimensione minore di 10 milionesimi di metro) sono i principali killer che uccidono. 

Le amministrazioni comunali corrono ai ripari con le targhe alterne, vietano l'accensione delle caldaie pur di fermare la crescita delle polveri sottili e delle sostanze inquinanti che sono oltre la media. L'allarme è alto ma come al solito si brancola nel buio: in realtà non basta regolare il traffico o imporre ferrei controlli, c'è bisogno di una nuova pianificazione territoriale delle nostre città che vengono gestite male e con minima competenza per quanto riguarda la lotta all'inquinamento. L'unica alternativa possibile alla lotta difficile contro le polveri inquinanti è il miglioramento del verde cittadino e del patrimonio arboreo collettivo pubblico e privato.

Sono troppo pochi quelli che in tv e sui giornali, mettono in risalto i benefici degli alberi in città. Sembra un argomento che fa paura, legato a un mondo misterioso e ricco di incognite dove aleggia il solito spettro dei costi altissimi per la manutenzione del verde.  In realtà gli alberi sono i nostri più importanti alleati contro l'inquinamento, un concetto fondamentale che dovrebbe essere pubblicizzato in tutte le  città e in tutte le scuole.    

La buona progettazione e pianificazione del verde urbano è la prima regola per un successo assicurato nel tempo contro l'inquinamento. Troppe città sono cresciute senza controllo, strangolando i centri storici, senza una intelligente gestione del paesaggio. Non si è voluta promuovere  e realizzare una armonica fusione tra città e paesaggio, peggiorando quindi lo scontro tra due dimensioni completamente diverse e in netto contrasto. La progettazione del verde purtroppo è stata fatta seguendo le esigenze delle costruzioni in cemento e non si è pensato invece in senso inverso, ovvero adattare i manufatti urbani al verde e agli alberi già esistenti nel tentativo di realizzare vere e proprie "città verdi".

Gli alberi sono dei filtri per l'aria, grazie al processo della fotosintesi clorofiliana che assorbe anidride carbonica e produce ossigeno. Essi trattengono, tramite le foglie e la superficie della pianta, una grande quantità di particolato. Tramite gli stomi fogliari la pianta assorbe e rimuove gli inquinanti gassosi e li rende inerti attraverso il suo metabolismo.  Gli stomi sono presenti sulla pagina inferiore della foglia e la loro funzione è consentire lo scambio gassoso fra l'interno e l'esterno della pianta.  Il processo di neutralizzazione degli inquinanti avviene poi con gli organismi che vivono nella terra e che vivono a contatto con le radici della pianta.  

Un albero ben gestito e curato, senza essere distrutto da cattive potature, è una grande centrale di assorbimento degli inquinanti. Eliminando tantissimi alberi in città si provoca invece un effetto fortemente negativo sulla qualità della vita e sulla salute delle persone. Più l'albero è grande e imponente più l'opera di purificazione dell'aria avviene nel migliore dei modi, ecco perchè è indispensabile preservare l'integrità delle alberature storiche cittadine e degli alberi monumentali oltre che la tutela dei parchi e giardini storici, veri polmoni verdi per la lotta all'inquinamento. E' stato calcolato che un albero di 15 metri di altezza può assorbire 10 kg di Anidride Carbonica ogni ora mentre la quantità di ossigeno rilasciata nell'atmosfera è pari a 6 kg al giorno. 

L’Ibimet, ovvero l’Istituto di biometeorologia del Cnr di Bologna, ha redatto una classifica  degli esemplari arborei capaci di fornire maggiori risultati in aree fortemente inquinate. Anche se tutti gli alberi hanno la capacità di combattere l'inquinamento ci sono delle realtà in cui molte specie arboree collassano di fronte a una situazione particolarmente grave. I sintomi del collasso possono essere seccume, perdita di foglie oltre a crescita stentata e violenti attacchi di malattie fungine e insetti parassiti. Le polveri sottili hanno la capacità di chiudere gli stomi nelle foglie e quindi creare ingenti danni in molte specie arboree sensibili. Secondo gli esperti  le specie  migliori che possono resistere a un forte inquinamento urbano sono quelle autoctone e della flora locale come frassino maggiore, orniello, biancospino, acero campestre, acero platanoide, acero di monte (acer pseudoplatanus), bagolaro, albero di giuda (Cercis siliquastrum), gelso, ontano nero, carpino bianco, tiglio e olmo. In particolare il bagolaro (Celtis australis) è stato inserire al top degli alberi anti-smog grazie alla sua resistenza alle malattie e a condizioni difficili. Una ricca biodiversità in ambiente urbano, utilizzando alberi autoctoni, rende più efficace la lotta agli agenti inquinanti. Anche gli alberi sempreverdi che mantengono le foglie tutto l'anno possono avere un ruolo importante nell'assorbimento di ingenti quantità di polveri sottili, come ad esempio i pini, i cipressi e il leccio (Quercus ilex).  

E' importantissimo saper progettare spazi verdi di qualità con specie arboree e arbustive di pregio e longeve. Deve essere ormai chiaro agli amministratori pubblici che ogni azione negativa contro alberi e arbusti in aree urbane non fa altro che peggiorare le condizioni di salute dei cittadini. Azioni importanti devono essere quelle di inserire alberi nei cortili delle scuole e in aree cittadine particolarmente trafficate in modo da mitigare l'aria. Anche l'utilizzo di terrazzi verdi e verde verticale negli edifici può contribuire a migliorare la qualità del clima urbano. E' infine necessario un immediato cambiamento di rotta nella comunicazione mediatica e nella condivisione di queste fondamentali regole di gestione del territorio, dando sempre maggiore spazio al valore degli alberi. 

 

Alberto Colazilli

Paesaggista curatore di parchi e giardini

Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio Onlus 

 

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Il bosco e i paesaggi culturali

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IL BOSCO E I PAESAGGI CULTURALI

Kevin Cianfaglione

 

Tratto da:

CIANFAGLIONE K., 2011 – Il Bosco e i paesaggi culturali. In: Pignatti S., Aree protette e ricerca scientifica – Da: Atti del Convegno dell’Accademia dei Lincei (Roma, 16 Ottobre 2009) Pisa, ETS Ed. 127-134.

 

Pensando al passato spesso si evocano paesaggi incontaminati, invece oggi si può costatare che l’uomo ha provocato un impatto sull’ambiente riducendone man mano la naturalità in favore dell’agricoltura, del pascolo e degli insediamenti umani, in particolare agendo sulle foreste. Le interferenze tra uomo, ambiente e paesaggio non sono state costanti nel tempo, ma si sono differenziate a seconda dei luoghi, degli usi e delle condizioni socio-economiche incontrate; di conseguenza il paesaggio ha sempre subito mutamenti e trasformazioni. Ogni area del pianeta ha risentito direttamente o indirettamente delle attività antropiche, tanto che secondo gli ultimi dati di Greenpeace e riportati da Bignami (2006), soltanto il 10% delle terre emerse del pianeta oggi è ancora ricoperto da grandi foreste, percentuale che però scenderebbe vertiginosamente se considerassimo solo le foreste “vergini”. Il resto, sempre secondo i dati di Greenpeace, è stato profondamente alterato se non distrutto negli ultimi 80 anni. Stiamo distruggendo le preziose foreste del pianeta ad un ritmo accelerato: si stima che ogni due secondi venga distrutta un'area di foreste grande quanto un campo da calcio. Metà delle foreste perdute negli ultimi diecimila anni sono state distrutte solo durante gli ultimi ottanta e la metà di questa distruzione è avvenuta a partire dagli anni settanta. Le foreste perdute significano specie perdute; il tasso di estinzioni di piante e animali si considera moltiplicato di mille volte rispetto al ritmo precedente alla comparsa dell'uomo sulla Terra. L'Europa ha distrutto quasi del tutto le sue foreste, al punto che solo il 6,4% del totale sono rimaste come erano originariamente e rappresentano solamente il 3% delle attuali foreste del pianeta. In Italia non è rimasto quasi nulla d’intatto, anzi il territorio se non è urbanizzato, è caratterizzato quasi totalmente da formazioni secondarie. Tutti i nostri boschi sono stati in qualche modo manomessi nel tempo, in maniera più o meno evidente, anche quelli ritenuti meglio conservati (fustaie, boschi con alberi vetusti e con legno morto, ecc.), alcuni esempi di essi sono rimasti nella Foresta Umbra (Parco Nazionale del Gargano), nel Bosco della Martese (Parco Nazionale Gran Sasso-Laga), nell’alta valle del Sangro (Parco Nazionale d’Abruzzo) e a Sasso Fratino (Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi). Lentamente, forse un giorno avremo altri boschi con caratteristiche di quelli primari, se la natura verrà lasciata libera di compiere il suo corso.

Spesso l’opinione pubblica non è sufficientemente consapevole e informata sulle fragilità del nostro territorio, sullo stato dell’ambiente, sui processi dinamici naturali; infatti spesso molti luoghi vengono definiti impropriamente come “incontaminati”, “selvaggi” o “immacolati”, anche se invece l’ambiente naturale è alterato rispetto alle condizioni climatogene o a quelle originarie. 

Da noi, i primi boschi a scomparire sono stati quelli planiziali e quelli legati all’acqua, seguiti da quelli collinari; però anche quelli di montagna sono stati eliminati o seriamente compromessi. Il paesaggio secondario così ottenuto, successivamente è andato ancora modificandosi nel tempo; fra i tanti casi si possono citare gli alberi camporili (Campetella et. al, 2002) e monumentali che in Italia centrale stanno scomparendo nonostante le leggi esistenti. Altrettanto grave è la scomparsa di molte varietà orto-frutticole antiche che andrebbero invece salvaguardate (anche se in fondo, alloctone), non solo per il vano concetto di storia o di paesaggio, ma soprattutto per evitare una pericolosa erosione genetica, nonché una triste perdita di sapori, tutte conseguenze dell’industrializzazione dell’agricoltura (Denaeyer, 1997) e delle moderne pratiche intensive.

Per questo, quando si parla di tutela del paesaggio storico-culturale si esprime un concetto a mio avviso vuoto e relativo, perché essendo cambiato nel corso delle varie epoche storiche, esso è indefinito e indefinibile a causa della sua mutevolezza. A dimostrazione di quanto detto, prendiamo ad esempio i cambiamenti avvenuti nella costa adriatica, che Gabriele D’Annunzio definiva nella sua poesia “Ipastori” come: “Adriatico selvaggio, che verde è come i pascoli dei monti.”, vediamo invece che oggi essa è grigia e conurbata da nord a sud. Altro esempio è quello del paesaggio di Camerino (Alto Maceratese), il cui scenario attuale è ancora piacevolmente estetico, caratterizzato da colture estensive a cereali, eppure fino a trenta anni fa era diverso per la forte la presenza della vite (Vitis sp.) maritata ad aceri (Acer campestre) od olmi (Ulmus minor), come si può notare dalle fotografie riportate da Pedrotti (2009). Anche delle scotanare, piantagioni di Cotinus coggygria per la produzione di tannini, in passato molto diffuse nel camerinese (Reali, 1869; Venanzoni, 1985), oggi restano soltanto tracce fra i cedui degradati di roverella (Quercus pubescens). Seguendo questa linea a ritroso, possiamo definire con certezza che andando sempre più indietro nel tempo, il paesaggio era maggiormente caratterizzato dal bosco, difatti già nell’800 molti scienziati e artisti del mondo si preoccupavano della distruzione ambientale e paesaggistica dovuta all’eccessivo taglio di alberi, anche di grandi dimensioni, che stavano logorando l’ambiente e il paesaggio (come Reali, 1871-1876), tanto che Marchesoni (1954) definiva “miserevole” lo stato dei boschi di Camerino.

Tutti questi paesaggi succedutisi nel tempo, sempre nel medesimo punto geografico, sono da considerarsi paesaggi storici o culturali, da quello storicamente più antico di wilderness sino a quello agrario, che pure è cambiato nel tempo rendendosi più indeterminabile; quindi come si può preferire un paesaggio piuttosto che un altro?

Il ritorno del bosco, essendo in fondo un processo reversibile ed ostacolabile, non è né invasivo né da temere ed evitare, ma al contrario è l’ineluttabile segno dei tempi moderni, la paziente e lenta riconquista degli spazi sottratti dall’uomo che, una volta abbandonati per vari motivi, vengono per forza di cose riconquistati dalla natura e portati pian piano tramite le successioni secondarie al massimo grado di naturalità (concetto oggettivo). D’altronde le specie caratteristiche degli stadi secondari sono arrivate a occupare quei posti solo perché il bosco naturale è stato fatto scomparire, alle volte sono persino specie arrivate da lontano per mezzo degli animali domestici o dell’uomo, di conseguenza sono condannate lentamente a lasciare il passo ad altre formazioni e poi al bosco, se ne è possibile il ritorno. Le aree protette devono tutelare la natura, quindi dovrebbero garantire la massima naturalità dei luoghi (Raimondo, 2005); ciò sta a significare il climax in senso lato, quindi normalmente in Italia equivale a tutelare il bosco. Ciò non vuol dire che nel contempo non possano essere individuate e destinate altre aree orientate alla conservazione delle diverse formazioni secondarie, ricche in altre specie. Ad ogni modo bisognerebbe lasciar tornare il bosco al più possibile, visto che il nostro territorio è dominato soprattutto da formazioni secondarie, garantendo altresì una salvaguardia integrale, ove il bosco possa maturare a fondo, sviluppandosi fino allo stadio della fluttuazione e assicurando così il ciclo del legno, essenziale per l’ambiente, in modo da non rimanere sempre costretto ad un diffuso cespuglieto. Solo così potremo riavvicinarci un dì a quegli ambienti e paesaggi propriamente definiti come selvatici, naturali, etc., di cui sentiamo forte la mancanza e il bisogno.

Attualmente la superficie boscata in Italia è in aumento, ma parallelamente è in fortissimo aumento anche il ricorso al taglio che ne inibisce una degna maturazione, basta vedere i boschi dell’Appennino, che spesso non fanno neanche in tempo a rigenerarsi che già vengono tagliati e costretti a macchia, anche nelle aree protette o nel demanio. Quando un bosco viene tagliato, manomesso o ripulito, perde la sua essenza di sistema naturale, venendo trasformato e ridotto a una sorta di coltivazione per il legname, seppure semiselvatica. Molto spesso le coltivazioni arboree anche di tipo intensivo e monospecifico, vengono confuse con i boschi che però non sono solo dei semplici insiemi di alberi, ma un complesso sistema di interazioni tra specie e ambiente.

I boschi più delicati continuano a diminuire, come quelli igrofili, planiziali e talvolta anche quelli collinari. La stessa cosa vale per altre formazioni primarie come quelle acquatiche (di acqua dolce o salata), per quelle costiere e dunali, che sono quasi completamente scomparse in Italia.

Numerosi sono i motivi per la salvaguardia della diversità biologica e del funzionamento degli ecosistemi, bisognerebbe però divenire più consapevoli del valore della massima naturalità e del fatto che i boschi non vanno per forza ripuliti, che i boschi manomessi sono quelli più soggetti a danni ecologici (come la desertificazione, l’erosione, le valanghe, gli incendi, etc.) e che l’aspetto non molto curato dei cedui abbandonati non deve essere considerato come segno di degrado ma anzi di una certa ritrovata naturalità, riscontrandovi alcuni caratteri delle foreste primarie, come rami rotti, legno in disfacimento, alberi seccati in piedi, etc. (Pedrotti, 1993); anche per tali motivi il problema forestale va emancipato dal solo problema agronomico, perché molto più complesso e articolato.

Se non sussistono interessi economici incombenti, le aree sono destinate inevitabilmente e fortunatamente a rinaturalizzarsi a seguito dell’abbandono. In tal caso sovente restano tracce indelebili del passato (muretti, terrazzamenti, resti di case, etc.), tanto che lo scrittore e geografo trentino Aldo Gorfer, nel suo libro I segni della storia parlava di “paesaggi fossili” (Gorfer, 1982); inoltre anche gli ambienti riconquistati dal bosco costituiscono testimonianza storica, dei mutamenti avvenuti nelle condizioni socio-economiche. 

La biodiversità si manifesta più esattamente nei sistemi forestali che non in quelli agrari (Gellini et al., 1992), non possiamo pertanto pretendere di proteggere e congelare tutto l’attuale territorio con formazioni secondarie a discapito del bosco, soprattutto se ci basiamo su criteri troppo soggettivi, rischiando di fare solo del giardinaggio diffuso, forzando ulteriormente i ritmi della natura. Non possiamo agire verso le formazioni secondarie solo per un senso di affezione o perché le riteniamo esteticamente più valide o a causa della vistosità delle fioriture o perché attribuiamo loro dei ricordi e un senso storico-culturale; che sono certamente valori aggiunti ma non essenziali.

Per quanto possibile, quindi, si possono conservare aree secondarie ben definite e limitate, così da garantire una certa discontinuità ambientale, evitando contemporaneamente la scomparsa di alcune specie tipiche e alle volte rare o appariscenti. Questa operazione deve però essere parallela e non precludere la riformazione del bosco che, se alle volte può ospitare meno specie, è sicuramente una formazione più naturale e quindi con un valore ecologico più elevato; per il resto si può cercare di inibire il ritorno del bosco in alcune aree, garantendo così le diverse fasi secondarie (praterie, brughiere, macchie, pre-bosco, etc.), ma solo su superfici molto limitate e accuratamente selezionate. Se al contrario, venissero privilegiate le formazioni secondarie come i prati, rischieremo in un tempo forse non troppo lontano, di trovarci erroneamente a proteggere oltre che le archeofite infestanti dei campi di grano, anche le neofite come le formazioni ad ailanto (Ailanthus altissima) e robinia (Robinia pseudoacacia), che possono trovare un certo ruolo all’interno di paesaggi fortemente antropizzati, ma che fuori da tali contesti andrebbero combattute perché invasive e dannose.

Per quanto riguarda le coniferaie, queste piantagioni composte da specie non invasive sono state effettuate per frenare l’erosione e favorire la successione secondaria, cioè la rinaturalizzazione di aree degradate a causa di un dissennato e pressante uso del suolo. Se questi rimboschimenti sono stati ben effettuati e ben gestiti (cioè non hanno subìto tagli, ripulimenti, incendi, etc.), sull’Appennino stanno funzionando bene; per tale motivo, non possiamo promuovere campagne per la loro eradicazione, anche perché risulterebbero grandi danni e lacune per i monti. Bisogna aspettare che pian piano queste formazioni volgano verso stadi più naturali; si possono sperimentare tagli diradativi che però non hanno una funzione peculiare, dato che questi alberi vengono fatti schiantare a terra con facilità da eventi naturali, come neve, vento e ungulati, che le preferiscono per sfregarcisi contro, consumandone la corteccia alla base e provocandone la morte. Inoltre non dobbiamo credere che i nostri monti e i nostri ecosistemi siano così estranei alle conifere; certamente alcune specie utilizzate a volte sono esotiche, ma d’altra parte queste potrebbero essere delle aree destinate ad una tutela ex-situ di specie minacciate, quali ad esempio Abies nebrodensis, Cedrus libani e C. atlantica, inoltre altre piantumazioni si potrebbero considerare come risarcimento a seguito della distruzione o riduzione dei popolamenti originari di tali specie.

Come per le formazioni secondarie, anche queste coniferaie possono entrare in quel circuito di aree per concorrere ad una discontinuità ecosistemica e paesaggistica, contribuendo ad impreziosire esteticamente il paesaggio ed ecologicamente gli ecosistemi, senza considerare che, anche per esse, si potrebbe ormai parlare di utilità, peculiarità storico-culturali e bellezza. 

Nel mondo nulla rimane per sempre com’è, il paesaggio naturale non è statico e a maggior ragione il paesaggio antropico, che è ancor più dinamico perché soggetto ai cambiamenti socio-economici in atto, anche se i nuovi paesaggi possono risentire dei vecchi. Si dovrebbe tutelare il paesaggio e le formazioni vegetali che lo caratterizzano da una ulteriore perdita di naturalità, senza pretendere di congelarlo, impedendo cioè che esso aumenti in naturalità secondo i passi obbligati dalle dinamiche naturali, quando non sussistono più le condizioni per continuare a sfruttare economicamente quei luoghi. È improponibile e oneroso per la collettività tutelare e cristallizzare paesaggi non naturali, perché antistorico (Pedrotti, 2008), dispendioso e illusorio, mentre le aree destinate a rimanere in condizioni naturali vanno portate al livello di massimo ordine ambientale (Pignatti, 1994), ossia di naturalità.  Ne discende che bisognerebbe proteggere basandosi su criteri oggettivi, quindi l’ideale sarebbe preferire la massima naturalità, e parallelamente tutelare superfici limitate a vegetazione secondaria. Il risultato sarebbe pertanto un mosaico di aree a dominanza boschiva con stadi secondari, che possono essere usati anche a scopo produttivo.

Al di la del dibattito bosco - paesaggio culturale, molto grave rimane il problema dell’urbanizzazione del territorio. Prima di preoccuparci per il ritorno del bosco, si dovrebbe pertanto agire evitando la prepotente e dilagante antropizzazione del panorama che divora il verde e i migliori campi coltivabili, distruggendo paesaggi naturali, storico-culturali e produttivi, solo per creare abitati e periferie anonime, gabbie di cemento e asfalto non a misura d’uomo, dopodiché non resterebbe più nulla da godere e da proteggere. Non è possibile evitare l’inesorabile ed auspicabile aumento di naturalità dovuto alle mutate condizioni socio-economiche attuali che hanno portato all’abbandono dei campi, dei monti e dei paesi. Tutti gli scienziati dovrebbero anzi concentrare le loro forze per evitare che l’urbanizzazione e l’inquinamento non corrompano ulteriormente ed irreversibilmente il paesaggio, la natura e la salute pubblica; dunque, in confronto a queste problematiche, lo comprendiamo da soli, il resto del dibattito rimane una questione secondaria.

 

 

Bibliografia

Bignami  L., 2006 – Lo sterminio delle foreste, solo una su 10 è rimasta intatta. La Repubblica, Roma - 21 marzo: 33. 

Campetella G., Canullo R., Angelini G., 2002 – Lo stato delle querce camporili in un territorio del bacino del fiume Chienti (Macerata). Monti e Boschi, 5: 4-11.

Denaeyer S., 1997 – Biodiversité d’hier et aujourd’hui (quelques réflexions sur l’arboriculture fruitière). In: Cristea V. (ed.), L’espace rural: approche pluridisciplinaire. Risoprint, Cluj-Napoca: 48-58.

Gellini R., Pedrotti F., Paoletti E., 1992 – La Biodiversità nei sistemi agrari e forestali. Estratto da Atti del Convegno “La conservazione della biodiversità in situ: il caso Italia” (Rio Marina – Isola d’Elba, 6-7 Giugno). In: Pedrotti F., 2004 - Scritti sulla tutela delle risorse vegetali. Temi ed. Trento: 352-357.

Gorfer A., 1982 – I segni della storia. Saturnia ed., Trento.

Marchesoni V., 1954 – Cause del disboscamento degli Appennini. Boll. Soc. Eustachiana, 45 (4): 139-145.

Pedrotti F., 1993 – La vegetazione forestale italiana. In: Atti dei Convegni Lincei, 115, XI Giornata dell’Ambiente (Roma, 5 giugno): 39-78. 

Pedrotti F., 2008 – Il paesaggio vegetale d’Italia: evoluzione o degrado? In: Riconquistare il paesaggio, WWF e MiUR, 188-203.

Pedrotti F., 2009 – L’Orto botanico “Carmela Cortini” dell’Università di Camerino. Temi ed., Trento.

Pignatti S., 1994 – Ecologia del paesaggio. UTET, Torino.

Raimondo F.M., 2005 – Aree protette e conservazione della vegetazione. In: Piva G., I Parchi nel terzo millennio. Alberto Perdisa ed., Ozzano Emilia: 115-134.

Reali A., 1869 – Memoria sullo scotano. Bollettino Comizio Agrario Camerinese, II(6):61-68.

Reali A., 1871-1876 – Gli alberi e gli arbusti del Circondario e dell’Appennino camerte. Tip. Borgarelli, Camerino.  

Venanzoni R., 1985 – La végétation des “scotanare” dans les environs de Camerino. Colloques Pytosociologiques, XII: 391-399. 

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Realizzare più boschi. La miglior prevenzione del dissesto idrogeologico

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REALIZZARE PIU’ BOSCHI!  

 LA  MIGLIOR  PREVENZIONE  DEL  DISSESTO  IDROGEOLOGICO

 

 Bosco

Gli alberi sono formidabili alleati nella lotta al dissesto idrogeologico - Foto Alberto Colazilli. Archivio Co.N.Al.Pa. 2014. 

 

Cementificazione di versanti, sbancamento di colline, fiumi  ingabbiati o trasformati in desolanti paesaggi senza vegetazione, alberi e boschi che vengono eliminati per far spazio a assurde distese di asfalto e cemento…  e alla fine ecco il tragico epilogo della povera Italia che frana provocando vittime innocenti e danni per centinaia di milioni di euro! Mentre i veri responsabili svaniscono nel nulla o non vengono processati, dando vita al solito “scarica barile” all’italiana che va a peggiorare ulteriormente la situazione.

A monte di questo scandalo che ha superato ogni limite c’è la malata gestione del territorio che va avanti ormai da trent’anni.  Il paesaggio italiano è da sempre estremamente fragile, eppure è stato violentato da nord a sud, senza pietà. Le lobby del cemento, del malaffare e del saccheggio hanno inquinato le Amministrazioni pubbliche; sono pochi a  controllare dove si costruisce; in tanti hanno dato, e danno tutt’ora, autorizzazioni per costruire nelle aree più impensate. E’ una “non cultura” tutta italica che è difficilissima da estirpare, come la malerba. L’assalto al paesaggio ha raggiunto ormai dimensioni colossali, si parla in tv e sui giornali di prevenzione ad ogni costo, di opere colossali per riordinare i versanti e le aree geologiche particolarmente pericolose.  In tutto questo clamore mediatico che ruba spazio sui giornali e in televisione, purtroppo, in pochissimi hanno parlato di creare nuovi  boschi o piantare più alberi nelle zone a rischio idrogeologico preservandole da nuove frane e disastri.

Troppe Amministrazioni vedono negli alberi più una minaccia che una risorsa potente per la tutela del paesaggio. Gli alberi sono pericolosi perché cadono sulle macchine, perché uccidono i passanti dopo i fortunali, perché sporcano, perché diventano ingestibili ecc… L’educazione ambientale all’albero come vero e unico protettore del territorio viene fatta poco e male. Essa, in realtà, dovrebbe essere di fondamentale importanza presso le scuole di ogni ordine e grado.  E’ avvilente dover constatare che quasi nessuno conosce la formidabile struttura di un albero, l’importanza del suo possente apparato radicale o della sua chioma maestosa. Non a caso gli alberi vengono chiamati “Colonne del Cielo”, proprio perché hanno la capacità di proteggere la terra dalle alluvioni, dalle tempeste e dai forti temporali. E’ una cultura antica che oggi va riscoperta e divulgata. Gli antichi avevano capito che senza alberi non solo non c’erano i frutti ma anche il territorio veniva portato via dalla furia degli elementi!

Nella lotta al dissesto idrogeologico l’albero è il nostro migliore amico. Piantare assieme  specie arboree e specie arbustive, con criterio e professionalità, creando aree boscose su un territorio dissestato, può risolvere innumerevoli problemi. Le chiome degli alberi hanno la capacità di trattenere le intense precipitazioni che poi vengono riconsegnate al terreno sottoforma di gocciolamento continuo e costante, senza dilavamento. E’ indispensabile creare boschi con varietà autoctone capaci di adattarsi alle condizioni geologiche e climatiche del territorio. Più fitta è la copertura boscosa meno potenza avrà l’acqua. Le radici degli alberi e degli arbusti insieme creano col tempo una straordinaria barriera contro le frane e il dissesto; si tratta di un groviglio intricato e impressionante che riesce a mettere in sicurezza il terreno. E’ un gioco di forze tra le radici e le chiome degli alberi. E’ tutta materia vivente che,  in continua e costante crescita,  si arricchisce ogni anno di nuovo humus. Questo è il “piccolo grande” segreto dei boschi e degli alberi capaci di produrre vita ma anche di preservarla.

Purtroppo per tantissimi Amministratori pubblici questi segreti sono troppo ostici e complicati per essere recepiti a dovere. Vuoi una cronica mancanza di materia grigia nel cervello, vuoi anche una dilagante ignoranza in materia paesaggistica-naturalistica, vuoi anche la solita scusa della mancanza dei soldi. In realtà, la realizzazione di un bosco di piante autoctone ha un costo sicuramente minore rispetto alle faraoniche opere di riconsolidamento dei versanti dove gli alberi vengono snobbati a priori. Un bosco ben fatto  è un investimento benefico per il territorio dove si combinano efficacia ed efficienza nella prevenzione di frane e smottamenti.  

Se non migliora la cultura nei confronti del paesaggio naturalistico qui in Italia, non possiamo aspettarci grandi risultati nel costante miglioramento del territorio. Bisogna porre un freno immediato alle opere di urbanizzazione selvaggia su tutto il territorio nazionale. E non è solo facendo nuove leggi salva paesaggio che risolviamo il problema! In Italia le leggi della tutela del paesaggio non hanno alcun valore perché nessuno ha voglia di farle rispettare. Perché gli interessi in campo sono troppi!  Perché così facendo si va a intaccare quel vorticoso giro di affari che sta dietro ai condoni, agli appartamenti abusivi, alle gestioni disgustose delle città e alla costruzione di nuove strade e autostrade che poi non servono a nulla. Una legge non può funzionare se manca una capillare azione di educazione presso i cittadini, nelle scuole e nelle famiglie. Bisogna migliorare la comunicazione mediatica, parlare più dei problemi del paesaggio che dei teatrini di palazzo ed avere il coraggio di dire come stanno realmente le cose.   La gestione intelligente di un territorio, eseguita sotto il segno degli alberi e dei boschi e con un consumo di suolo pari a zero, può salvarci la vita durante un disastro naturale.  Finchè non passa questo messaggio l’Italia piangerà altre vittime e sarà devastata da nuove frane e alluvioni.

 

Alberto Colazilli

Co.N.Al.Pa. ONLUS

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Il Paesaggio bioenergetico. Utilizzare le energie della Biosfera per generare benessere psico-fisico.

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Il Paesaggio bioenergetico.

Utilizzare le energie della Biosfera per generare

 benessere psico-fisico.

 di Alberto Colazilli

   Grandi Alberi

 

Per alcuni parlare di energia degli alberi potrebbe sembrare una perdita di tempo, alla ricerca di qualcosa di fantascientifico o di fantasioso che non ha alcun fondamento scientifico. In realtà, tali energie misteriose e benefiche esistono e sfuggono alla nostra razionale comprensione! Tutto nasce in quella sottile fascia del nostro pianeta chiamata Biosfera, in cui è presente e si sviluppa la vita grazie a una enorme quantità di fenomeni chimici, fisici ed elettromagnetici che creano appunto gli ecosistemi e il sostegno di ogni essere vivente. Uomo, animali e piante sono creature assolutamente sensibili ai fenomeni che si innescano nella Biosfera e ognuno di essi produce campi elettromagnetici, molto deboli ma che non sono nocivi come quelli prodotti da fonti artificiali. L'argomento è ampiamente dibattuto e sono molte le pubblicazioni e gli studi in merito. Secondo le teorie del paesaggio bioenergetico i campi elettromagnetici di origine naturale sono capaci di produrre "luoghi bioenergetici" che possono influire positivamente non solo sulla psiche ma anche sugli organi del corpo umano. L'acqua è tra gli elementi bioenergetici per eccellenza non solo come generatrice di vita ma anche perchè il suo movimento produce energie benefiche in stretta correlazione con alberi e paesaggio circostante.

Nello studio e progettazione del "paesaggio bioenergetico" ha una grande importanza il recupero della "qualità energetica della Biosfera". Le centrali elettromagnetiche artificiali sono tra le prime cause di stress psico-fisico e possono modificare in negativo l'ambiente naturale. Lo stesso degrado paesaggistico della Biosfera, con abbattimento di alberi, distruzione di corsi d'acqua, laghi ecc... produce un ulteriore, grave degrado delle energie prodotte dalla Terra. Il restauro energetico della Biosfera consiste appunto nel ridurre le emissioni elettromagnetiche artificiali e nel restauro dell'ambiente, con il recupero di aree degradate e con la realizzazione di una grande quantità di aree verdi, attraverso parchi, giardini, filari alberati, arricchiti dalla presenza di acque in movimento, torrenti o laghi, oltre alla costruzione di case e edifici che siano in sintonia con la natura. Le teorie del paesaggio bioenenergetico dicono che gli alberi possono modificare favorevolmente la qualità energetica della Biosfera attraverso la correlazione dei propri campi magnetici. E' stato visto come la presenza di verde, anche all'interno di uffici, centri commerciali, abitazioni o luoghi con forte concentrazione di stress e inquinamento, portano a un miglioramento della qualità del clima, a un incremento della qualità lavorativa e a un miglioramento della vita di tutti i giorni. Immaginiamo quante malattie psicofisiche si potrebbero curare gratuitamente attraverso la progettazione di un paesaggio bioenergetico. Immaginiamo quanti soldi si risparmierebbero a livello di sanità pubblica. E un netto incremento della qualità della vita andrebbe a influire positivamente sull'economia e sulla crescita della società. 

La storia dell'uomo ci ha sempre dato testimonianza di luoghi fortemente bioenergetici, veri e propri santuari dove gli alberi sono protagonisti assieme ad altri elementi come l'acqua e le rocce. C'è sempre stato il mito dell'"albero curativo", il mitico "albero della vita" che veniva identificato in monumentali esemplari arborei adorati e resi sacri dalle religioni nordiche, dagli stessi romani con i lucus e i boschi sacri e dagli stessi indiani d'America. Infine, la stessa correlazione tra grandi alberi, boschi e fonti sacre era vista come generatrice di energie della Terra definite altamente curative o miracolose e tutelate ai massimi livelli.

Nel Paesaggio bioenergetico e nella progettazione dei cosiddetti "parchi bioenergetici" si va proprio a riscoprire questo misterioso sistema di energie curative, sfruttando proprio le potenzialità energetiche della Biosfera. Questo nuovo tipo di paesaggio guarda alla "comunicazione attraverso le piante", studiando stimolazioni multisensiorali e scorci paesaggistici che possano produrre effetti emozionali positivi per lo spirito e il corpo. In Italia sono stati progettati diversi parchi bioenergetici. I più famosi sono il Parco storico Seghetti Panichi (AP) e il giardino storico del Castello di Quistini a Rovato (BS).

E' un dato di fatto che la cosiddetta "malattia" altro non è che una reazione del nostro corpo alla negatività dell'ambiente in cui viviamo! Al contrario, stimoli positivi ci aiutano a guarire. Gli alberi, nella loro immensa pazienza e saggezza, ci insegnano anche questo, ogni giorno.

 

Siti di riferimento per approfondire l'argomento:

 

http://seghettipanichi.it/it/il-parco/


http://www.castelloquistini.com/giardini/


http://www.archibio.it/it/

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GIARDINI D'ITALIA TRA STORIA, TUTELA, ARCHITETTURA E ARTE DEL GIARDINO

 

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Alla scoperta dei parchi e giardini d'Italia  attraverso la storia, l'architettura e l'arte dei giardini,  per conoscerne le particolarità, le meraviglie, le problematiche, i progetti di tutela e valorizzazione. 

L'IMPORTANZA DEGLI ALBERI

Ecologia, tutela e valorizzazione

 

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Rubrica dedicata all'importanza naturalistica ed ecologica degli alberi 

PAESAGGI CULTURALI

 

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Scoprire il valore storico e culturale di alcuni famosi paesaggi italiani che sono stati resi celebri da artisti e da grandi scrittori e viaggiatori

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ALBERI E GIARDINI NELL'ARTE

   

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