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Paesaggi dannunziani e il d'Annunzio naturalista

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Paesaggi dannunziani e il d'Annunzio naturalista

Un itinerario  naturalisrico - letterario alla scoperta dei paesaggi abruzzesi

che hanno affascinato e ispirato Gabriele d'Annunzio

 

testo e foto di Alberto Colazilli


Il 2013 è l'anno in cui si celebra il  150° anniversario della nascita del poeta e scrittore Gabriele d'Annunzio, nato a Pescara il 12 mazo 1863,   famoso per le sue descrizioni dei paesaggi d'Abruzzo e per la sua contemplazione della Natura e del paesaggio storico-culturale. La visione dannunziana dell'Abruzzo selvaggio rivive in Terra Vergine e nelle Novelle della Pescara in cui  celebra il fiume e i suoi paesaggi; nella Figlia di Iorio, ambientata nella Maiella,  il cui secondo atto si svolge nella Grotta del Cavallone a Lama dei Peligni;  nella Fiaccola sotto il Moggio, che ha come scenario le Gole del Sagittario e Anversa degli Abruzzi; nel Trionfo della Morte, ambientato a San Vito Chietino e sulla Costa dei Trabocchi e dove è presente una bellissima descrizione dell'abbazia di San Clemente a Casauria. E poi le descrizioni naturalistiche legate al panismo dannunziano si susseguono in Terra Vergine, Primo Vere e Alcyone, .
Visitare i paesaggi dannunziani in Abruzzo, studiandoli attraverso celebri passi del Vate,  diventa un viaggio interessante tra arte, natura e letteratura che ci riporta indietro nel tempo, in un mondo antico e selvaggio, che oggi purtroppo non c'è più. Un paesaggio, quello dannunziano, che andrebbe recuperato, restaurato, tutelato a dovere, impedendone la lacerazione continua attraverso l'abuso edilizio, la deriva petrolifera, l'abbandono e il degrado. E perchè non organizzare una vera e propria "rete" di questi paesaggi e luoghi particolari che possano anche diventare business per un turismo di alta qualità, amante della letteratura e della natura. La grandezza di d'Annunzio sta proprio nel fatto che lui è diventato un vero e proprio "testimonial" dell'immagine d'Abruzzo, trasformando i paesaggi abruzzesi in qualcosa di mitico, un mondo misterioso, magico, pittoresco, ricco di suggestioni e di emozioni,




I TRABOCCHI DI SAN VITO CHIETINO E L'EREMO DANNUNZIANO - IL TRIONFO DELLA MORTE (1894)

 

 

 IMG 1250

Il trabocco dannunziano a San Vito Chietino (CH)

 

La vicenda letteraria a San Vito Chietino iniziò con una delle storie d'amore più travolgenti del poeta: quella con Elvita Natalia Leoni che d'Annunzio amava chiamare "Barbarella", la "Romana dagli occhi grandi e la bocca divina". Pare che fu lo stesso Francesco Paolo Michetti, fraterno amico di d'Annunzio a trovargli questo incantevole e selvaggio "Eremo" sulla costa teatina, un promontorio delle ginestre immerso nel verde di aranceti, ulivi e circondato dal mare. Qui il poeta soggiornò con "Barbarella" e trovò nell'eremo di San Vito la location per il suo nuovo romanzo che fu presto intitolato "Il Trionfo della Morte". In una lettera indirizzata all'amico Vincenzo Morello, d'Annunzio parla della straordinaria bellezza dei luoghi e di una costa piena di misteri.

Ancora oggi, visitando l'Eremo Dannunziano possiamo rivivere le splendide descrizioni che d'Annunzio fa dell'affascinante casa colonica e del famoso "Trabocco del Turchino".

"Trovò l'Eremo a San Vito, nel paese delle ginestre, su l'Adriatico. Trovò l'Eremo ideale: una casa construita in un pianoro, a mezzo del colle, tra gli aranci e gli olivi, affacciata su una piccola baia che chiudevano due promontorii.
Era una casa d'una architettura primitiva. Una scala scoperta saliva a una loggia su cui si aprivano le quattro porte delle quattro uniche stanze. Ciascuna stanza aveva quella porta e una finestra dalla parte opposta, a riscontro, guardante su l'oliveto. Alla loggia superiore corrispondeva una loggia inferiore; ma le stanze terrene, tranne una, erano inservibili. La casa confinava da un lato con un abituro basso dove stavano i contadini proprietarii. Due querci enormi, che la perseveranza del grecale aveva piegate verso il colle, ombreggiavano lo spiazzo, proteggevano certe mense di pietra adatte alle cene estive. Limitava lo spiazzo un parapetto anche di pietra, che superavano le robinie cariche di grappoli odorosi, delicate ed eleganti su lo sfondo del mare. La casa non ad altro serviva che ad albergare forestieri nella stagione dei bagni, secondo l'industria comune del contado di San Vito, lungo la costa. Distava circa due miglia dal borgo, all'estremo confine d'una contrada detta delle Portelle, in una solitudine raccolta e benigna come un grembo. Ciascuno dei due promontorii era traforato; e si scorgevano dalla casa le aperture delle due gallerie. La strada ferrata correva dall'una all'altra, in prossimità del lido, per una lunghezza di cinque o sei cento metri, in linea retta. Dall'estrema punta del promontorio destro, sopra un gruppo di scogli, si protendeva un Trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e di travi, simile a un ragno colossale."  (D'Annunzio, Il Trionfo della Morte) 


" La macchina pareva vivere di una vita propria, avere un'aria e un'effigie di corpo animato. Il legno esposto per anni ed anni al sole, alla pioggia, alla raffica, mostrava le sue fibre..... si sfaldava, si consumava, si faceva candido come un tibia o lucido come l'argento o grigiastro come la selce, acquistava una impronta distinta come quella d'una persona su cui la vecchiaia e la sofferenza avessero compiuta la loro opera crudele.." (D'Annunzio, Il Trionfo della Morte)

“I figliuoli si accinsero a muovere l’argano. Per gli interstizii dell’assito si vedeva brillare e spumare l’onda. In un angolo della piattaforma sorgeva una capanna bassa, col tetto di paglia, spiovente, il cui vertice era difeso da una fila di tegoli rossi e ornato d’un toppo di quercia scolpito in forma d’una testa bovina, con infisse due grandi corna – contro il maleficio. Altri talismani pendevano dal tetto, commisti a certi dischi di legno su cui erano fermati con pece frammenti di specchio rotondi come occhi; e un fascio di quadridenti arrugginiti giaceva davanti all’apertura angusta. A destra e a sinistra sorgevano dalla scogliera le due maggiori antenne verticali, sostenute alla base da piuoli di tutte le grossezze, che s’intersecavano, s’intralciavano congiunti tra di loro per mezzo di chiodi enormi, stretti da fili di ferro e funi, rinforzati con mille ingegni contro le ire del mare. Due altre catene, orizzontali, tagliavano in croce quelle e si protendevano come bompressi, di là dalla scogliera, su l’acqua profonda e pescosa.”
(Gabriele d’Annunzio – Trionfo della Morte)


“Alle estremità forcute delle quattro antenne pendevano le carrucole con i canapi corrispondenti agli angoli della rete quadrata. Altri canapi passavano per le carrucole in cima a travi minori; fin negli scogli più lontani eran conficcati pali a sostegno de cordami di rinforzo; innumerevoli assicelle erano inchiodate su per i tronchi a confortarne i punti deboli. La lunga e pertinace lotta contro la furia e l’insidia del flutto pareva scritta su la gran cassa per mezzo di quei nodi, di quei chiodi, di quelli ordigni. La macchina pareva vivere d’una vita propria, avere un’aria e un’effigie di corpo animato. Il legno esposto per anni ed anni al sole, alla pioggia, alla raffica, mostrava tutte le fibre, metteva fuori tutte le sue asprezze e tutti i suoi nocchi, rivelava tutte le particolarità resistenti della sua struttura, si sfaldava, si consumava, si faceva candido come una tibia o lucido come l’argento o grigiastro come la selce, acquistava un carattere e una significazione cui la vecchiaia e la sofferenza avesser compiuta la loro opera crudele. L’argano strideva girando per l’impulso delle quattro leve; e tutta la macchina tremava e scricchiolava allo sforzo, la vasta rete emergendo a poco a poco su dalla profondità verde con un luccichio aurino.”
(Gabriele d’Annunzio – Trionfo della Morte)

 

Trabocco1

Il panorama sull'Adriatico dall'Eremo Dannunziano a San Vito Chietino (CH)

 

Di notevole bellezza le descrizioni dell'Adriatico fatta dal d'Annunzio nel Romanzo:  

“Il mare mosso da un tremolio sempre uguale e continuo, rispecchiando la felicità diffusa del cielo pareva come frangerla in miriadi di sorrisi inestinguibili. A traverso il cristallo dell’aria tutte le lontananze apparivano distinte: la Penna del Vasto, il monte Gargano, le isole tremiti, a destra; la punta del Moro, la Nicchiòla, la punta di Ortona, a sinistra. Ortona biancheggiava come un’ignea città asiatica su un colle della Palestina,intagliata nell’azzurro, tutta in linee parallele, senza i minareti. Quella catena di promontori e di golfi lunati dava imagine di un proseguimento di offerte, poiché ciascun seno recava un tesoro cereale. Le ginestre spandevano per tutta la costa un manto aureo. Da ogni cespo saliva una nube densa di effluvio, come da un turibolo”

“Il mare aveva un colore delicato, tra l’azzurro e il verde, che  a poco a poco pendeva più nel verde; ma il cielo, d’un azzurro plumbeo, nel sommo qua e là solcato di nuvole, era roseo nella curva verso Ortona. Quel bagliore si rifletteva nell’estrema linea dell’acqua, pallidamente, dando imagine di rose disciolte che vi galleggiassero. Sul fondo del mare, per gradi armoniosi, si levavano prima le due vaste querci dalla chioma cupa; e quindi i chiari olivi; e quindi i fichi dalla fronda vivace, dai rami violetti. La luna, aranciata, enorme, quasi piena, sorgeva su l’anello dell’orizzonte: simile a un globo di cristallo che lasciasse trasparire un paese chimerico figurato in basso rilievo su un disco massiccio di oro”.

“Una luce straordinariamente viva diffondevasi nelle coste e sul mare, appena tramontato il sole; un’immensa onda di oro impalpabile saliva dal cielo occidentale al sommo e declinava verso la plaga opposta penetrandone con estrema lentezza la trasparenza glauca. L’Adriatico diveniva a grado a grado più chiaro e più dolce, pendendo in quel colore che hanno le prime foglie dei salici su i novelli virgulti. Soltanto le vele rosse, nobili come se fossero di porpora, interrompevano la chiarità diffusa”.

“Erano le grandi calme di luglio. Il mare appariva tutto bianco, latteo, qua e là verdognolo nelle vicinanze del lido. Una caligine appena appena colorita di violaceo velava le coste lontane; la punta del Moro, la Nicchiòla, la punta di Ortona, la penna del Vasto.  Le quasi impercettibili ondulazioni della bonaccia producevano tra gli scogli  un’armonia sommessa, misurata da pause eguali”.

(d'Annunzio - Il Trionfo della Morte)

 

LA VALLE DEL FIUME PESCARA E LE "NOVELLE DELLA PESCARA" - 1902

 

Sorgenti Pescara1

Le Sorgenti del Pescara a Popoli (PE)

 


La giovinezza di d'Annunzio fu sempre vissuta a contatto con il fiume Pescara di cui amava le vedute e i contrasti cromatici. Il fiume, alla fine dell'Ottocento e ai primi del Novecento conservava ancora quei tratti selvaggi e quella vegetazione lussureggiante che oggi, purtroppo, sono stati soppiantati dalla crescente antropizzazione del territorio:

"Gli alberi s’inchinavano in attitudini pacifiche alla contemplazione delle acque. Quasi un respiro lento e solenne emanava dal sonno del fiume sotto la luna…”.

(Novelle della Pescara -1902)

 

"Nella primavera del 1856, un giorno, mentre sul greto della Pescara ella sbatteva i panni lavati, vide una torma di barche passare la foce e navigar lentamente contro la forza dell'acqua. Il sole era sereno; le due rive si rispecchiavano in fondo  abbracciandosi; alcuni ramoscelli verdi e alcune ceste di giunchi natavano nel mezzo della corrente, come simboli pacifici, verso il mare; e le barche, aventi quasi tutte la mitria di San Tommaso dipinta per insegna in un angolo della vela, avanzavano così nel bel fiume santificato dalla leggenda di San Cetteo liberatore"

 Novelle della Pescara - La Vergine Anna

 

"Le nuvole raccolte verso la Maiella avevano preso il colore diafano e grigio di una massa pendula d'acque. Larghe trombe si avvicinavano dalla marina più cariche; e ancóra qualche azzurro campo si dilatava nell'alto. Un odore di umidità già saliva dalla polvere, da tutta la campagna ansante nell'aspettazione. Gli alberi immobili parevano assorbire la luce, si levavano anneriti in mezzo alla fumea dell'aria, popolavano di forme incerte la lontananza."

 Novelle della pescara – La vergine Orsola

 

"La villa taceva, tutta bianca, con le persiane chiuse tra le piante degli agrumi. Il sole raggiava un calore e un fulgore immensi. Era la metà di giugno; e i profumi degli aranci e dei limoni fioriti si mescolavano all'odor delle rose, nell'aria tranquilla. Le rose crescevano da per tutto, nel giardino, con una forza indomabile. Le masse magnifiche si movevano, lungo i viali, ad ogni soffio di vento, coprendo il terreno con l'abbondanza della loro neve odorante. In certi momenti l'aria, pregna dell'aroma, aveva un sapore dolce e possente come quello di un vino prelibato. Le fontane, invisibili tra la verzura, mormoravano. A tratti, la cima mobile scintillante degli zampilli appariva fuor del fogliame, scompariva, riappariva, con vari giochi; e alcuni zampilli bassi producevano nei fiori e nelle erbe un fruscìo e uno scompiglio singolari, sembrando bestie vive chevi corressero a traverso o vi pascolassero o vi scavassero tane. Gli uccelli, invisibili, cantavano."

 Novelle della pescara – Il traghettatore

 

"Nel bosco la merenda fu fatta su l'erba, in una radura circolare limitata da fusti di pioppi giganteschi. L'erba corta era tutta piena di certi piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile; qua e là nell'interno discendevano tra il fogliame larghe zone di sole; e la riviera in basso pareva ferma, aveva una pace lacustre, una pura trasparenza ove le piante acquatiche dormivano immote."  

Novelle della pescara – Veglia funebre



D'Annunzio così descrive la Val Pescara in Laus vitae:

"Scendono: l'acque tranquille de 'l fiume scorron verdi tra 'l verde, e le nuvole sparse de 'l vespro vi treman entro in vaghi riflessi di minio e di giallo; da l'altra riva un uomo sta immobil pescando con l'amo. E m’apparve il bel fiume ove nato fui di stirpe sabella, Aterno di rossa corrente cui cavalca il ponte construtto di carene, di travi d’ormeggi, spalmato di pece, in vista del monte nevoso che ha forma d’ubero pieno."

E ancora:

Veggo i lavacri del mio bel Pescara
immane angue d'argento,
co' i salci e i pioppi giù ne l'acqua chiara
inchinantisi al vento
con le crete degli argini fiammanti
d'una follia di gialli
che danno all'acqua tripudi abbaglianti,
splendori di metalli
e là giù, in fondo, i colli di Spoltore
sorrisi dagli olivi
dove le donne cantando d'amore,
vanno a stormi giulivi.
(G . d'Annunzio, Primo Vere, Ex imo corde)


Ancor io t'odo su la riva o Nara,
tra le selve de' giunchi e de' canneti
chiamar con le canzoni agili a gara
ogni cosa vivente ne' quieti
meriggi. Era il gran giugno. La Pescara
gorgogliava freschissima pe' i greti.
Cantando il piede breve e la rotonda
gamba tenevi tu, Nara, nell'onda.
(G. d'Annunzio, Intermezzo di rime, Venere d'Acqua dolce)

 

 

"Egli era disteso a prora, sopra un mucchio di cordami vecchi, come un gatto sonnacchioso; ma a traverso gli occhi della paranza guardava la luna nuova tramontare su Montecorno, ed ascoltava il crepitìo delle acque correnti sotto la chiglia, un crepitìo come di lingue avide a bere. Il primo quarto vermiglio tra l′umidità nebbiosa si rifletteva mobile in mezzo alla Pescara sparpagliando faville su le zone cupe presso alle rive: dalle rive pel rossore salivano i fusti de′ pioppi in fondo, poi le antenne rigidamente scintillanti di zinco."

(Terra Vergine - 1882)

 

"Dall'umidità estuosa del terreno pullulava, scoppiava una forza giovine ed aspra di tronchi, di virgulti, di steli, simili a colonne di malachite, striscianti in basso, attorcigliantisi con spire di rettili, abbracciantisi in impeti di lotta per un' occhiata di sole. Le orchidee gialle turchine vermiglie, i rosolacci sanguigni, i ranuncoli aurei screziavano tutta quella vivente verzura avida di umore; le edere, i caprifogli si slanciavano tra fusto e fusto, si stringevano in volute inestricabili d'intorno alle scorze; dai frutici chiusi le bacche pendevano a corimbi; ed era al vento una tempesta immensa, era come un respirare, un alenare di petti umani; e un effluvio agro di linfe si spandeva per l' ombre; e in mezzo a quel trionfo di vita vegetativa squillavano altre due giovinezze, fremevano altri amori, passavano Fiora e Tulespre inseguendosi a precipizio verso la Pescara. Giunsero in fondo, per mezzo alle fratte, ai bronchi, alle ortiche, ai canneti, con le vesti lacere, con mani e piedi sanguinanti, con i polmoni dilatati, tutti in sudore: un buffo di polviscolo acqueo li spruzzò d'improvviso. Il fiume là innanzi si frangeva contro i massi in un nembo di schiuma, in un meraviglioso nembo di bianchezza e di freschezza, sotto l'aridità disperata della montagna battuta dal solleone; l'acqua irrompente si apriva mille vie attraverso la pietra, tumultuava contro gli argini, spariva sotto a uno strato d'erbe secche facendolo, palpitare come il ventre di un anfibio sommerso, riappariva gorgogliante fra i giunchi, tumultuava ancora. Nelle rocce di sopra, a picco, non un filo di verde, non un lembo di ombra: erto, come solcate da arterie di argento, terribilmente belle ed ignude incontro al cielo."

(Terra Vergine - 1882)

 

 

L'ABBAZIA DI  SAN CLEMENTE A CASAURIA


D'Annunzio  ha avuto un grande amore per l'antica abbazia di San Clemente a Casauria, che lui vedeva come ultima dimora illustre per la sua defunta madre Luisa, degna di essere custodita in un sarcofago intagliato nella pietra come quello conservato nella chiesa. L'abbazia, totalmente abbandonata e in rovina, che viene descritta meravigliosamente in passo del Trionfo della Morte:

"E si ricordò dell'abbazia di San Clemente a Casauria, veduta in un giorno lontano dell'adolescenza; e si ricordò di averla veduta in compagnia di Demetrio. Come tutti i ricordi legati all'immagine del consanguineo, anche quello era lucido e preciso quasi fosse del giorno innanzi. Bastò ch'egli gli raccogliesse per rivivere quell'ora, per risuscitare i fantasmi di tutte le sensazioni. - Scendevano, egli e Demetrio, giù per un tratturo verso l'abbazia che ancora gli alberi nascondevano. Una calma infinita era intorno, su i luoghi solitari e grandiosi, su quell'ampia via d'erbe e di pietre deserta, ineguale, come stampata d'orme gigantescehe, tacita, la ci origine si perdeva nel mistero delle montagne lontane e sacre. Un sentimento di santità primitiva eravi ancor diffuso, quasi che d recente l'erbe e le pietre fossero state premute da una lunga migrazione di greggi patriarcali cercanti l'orizzonte marittimo. In fondo, nel piano, appariva la basilica: quasi una rovina. Tutto il suo a torno era ingombro di macerie e di sterpi; frammenti di pietra scolpita erano ammucchiati contro i pilastri; da tutte le fenditure pendevano erbe selvagge; costruzioni recenti, di mattone e di calce, chiudevano le ampie aperture delle arcate di fianco; le porte cadevano. E una compagnia di pellegrini meriggiava nell'atrio bestialmente, sotto il nobilissimo portico eretto dal magnifico Leonate. Ma quei tre archi, intatti, sorgevano di su i capitelli diversi con una eleganza così altera e il sole di settembre dava a quella dolce pietra bionda un'apparenza così preziosa che ambedue, egli e Demetrio, sentivano de'ssere al cospetto d'una sovrana bellezza. Infatti, come più la loro contemplazione diveniva attenta, l'armonia composta da quelle linee diveniva più chiara e più pura; e a poco a poco da quel non mai veduto accordo audace d'archi a tutto sesto, d'archi acuti e d'archi a ferro di cavallo e da quelle sagome, da quei fregi varissimi degli archivolti, dai rombi, dalle losanghe, dalle palme, dalle rosette ricorrenti, dai fogliami sinuosi, dai mostri simbolici, da tutte le particolarità dell'opera, andavasi rivelando per gli occhi allo spirito l'unica assoluta legge ritmica, che le grandi masse e i piccoli ornati concordemente seguivano. E la segreta forza di quel ritmo era tale che riusciva infine a vincere tutte le discordanze circostanti e a dare la visione fantastica della intera opera quale era sorta nel secolo XII, per l'alta volontà dell'abate Leonate, in un'isola fertile abbracciata e nutrita da un fiume possente. Ambedue portavano quella visione allontanandosi. Era di settembre; e il paese a torno in quella morte dell'estate aveva un aspetto misto di grazia e di severità, quasi una rispondenza occulta con lo spirito del monumento cristiano. Cingevano la valle quieta due corone: la prima di colli tutti a vigne e ad olivi, la seconda di rocce nude ed aguzze. Ed era nello spettacolo, secondo il detto di Demetrio, qualche cosa di simile al sentimento oscuro che anima quella tela di Leonardo, ove sopra un fondo di rupi desolate ride una donna affascinante. Ed anche, a rendere più acuta l'ambiguità che li turbava entrambi, sorgeva da una vigna remota un canto, preludio della vendemmia precoce; e dietro di loro rispondeva la litania dei pellegrini che riprendevano il viaggio. E le due cadenze, la sacra e la profana, si confondevano... Affascinato dal ricordo, il superstite non ebbe che un desiderio chimerico: tornare la giù, rivedere la basilica, occuparla per salvarla dalla ruina, restituirla nella bellezza primitiva, ristabilirvi il gran culto, dopo un così lungo intervallo di abbandono e di oblio rinnovellare il Chronicon casauriense. Non era quello, veramente, il più glorioso tempio della terra d'Abruzzi, edificato in un'isola del fiume padre, antichissima sede di potenza temporale e spirituale, centro d'una vasta e fiera vita per molti secoli? l'anima clementina vi permaneva ancora, profonda; e in quel lontano pomeriggio estivo erasi rivelata a lui e a Demetrio per mezzo del divino pensiero ritmico espresso da tutte le linee concordemente."

Gabriele d'Annunzio. Trionfo della Morte.

 

Sempre nello stesso libro, d'Annunzio descrive il monumentale candelabro all'interno della basilica:

“Voglio condurti a un' abbazia abbandonata, più solitaria del nostro Eremo, piena di memorie antichissime: dov'è un gran candelabro di marmo bianco, un fiore d'arte meraviglioso, creato da un artefice senza nome...Dritta su quel candelabro, in silenzio, tu illuminerai col tuo volto le meditazioni della mia anima”.

Gabriele d'Annunzio. Trionfo della Morte

 

D'Annunzio, in questa descrizione di San Clemente, anticipa di molti decenni il sentimento della tutela dei beni artistici e paesaggistici. E fu proprio grazie all'impegno di d'Annunzio e alla sua celebre descrizione che Pierluigi Calore, un archeologo dell'epoca, si appassionò alla decaduta abbazia per rimetterla in sesto! Quando il bene culturale diventa mito, diventa qualcosa di leggendario che attira l'attenzione dei visitatori e degli studiosi. 



IL PANISMO DANNUNZIANO


Un celebre passo dove si può sentire tutto il panismo dannunziano si trova nel "Trionfo della Morte":

"Giorgio pensò: "Forse, ecco la vita superiore: una libertà senza confini; una solitudine fertile e nobile che mi avvolga nelle sue emanazioni più calde; camminare tra le creature vegetali come tra una moltitudine di intelligenze: sorprenderne il pensiero occulto e indovinare il sentimento muto che regna sotto le scorze; rendere successivamente il mio essere conforme a ciascuno di quegli esseri e sostituire successivamente alla mia anima gracile e obliqua ciascuna di quelle anime semplici e forti; contemplare con tal continuità la natura da giungere a riprodurre in me solo il palpito concorde di tutto ciò che è creato; mutarmi infine, per una laboriosa metamorfosi ideale, nell'albero eretto che assorbe con le radici gli invisibili fermenti sotterranei ed imita con l'agitazione delle sue cime il verbo del mare. Non è questa forse una vita superiore?" Egli si lasciava sopravvincere da una specie di ebrietà pànica, al conspetto della esuberante primavera che transfigurava i luoghi intorno."



Ispirazione della celebre poesia "La Pioggia nel Pineto" fu l'immersione del Poeta nella pineta della Versilia assieme alla sua amante più celebre, l'attrice Eleonora Duse, che lui chiama Ermonie, divina rappresentazione di una ninfa dei boschi. Siamo nell'estate del 1902 e questo poema è  una delle più alte raffigurazioni del cosiddetto "panismo" dannunziano in cui i corpi degli innamorati si lasciano travolgere dalla passione, nella completa comunione con la natura lussureggiante, mentre la pioggia cade nel bosco, tra mirti, pini e tamerici. D'Annunzio trasforma la sua "Ermione"  in una pianta, in una lenta, dolce metamorfosi,  nell'illusione momentanea di vivere qualcosa di unico e magico, tra goia e serenità. E tutto il bosco diventa un "concerto" con strumenti di innumerevoli dita, a seconda delle tante specie botaniche che vengono toccate dalla pioggia.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove                          
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici                     
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,                                            
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti                     
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,                                         
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri                                          
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura                                         
con un crepitìo che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde                        
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.                         
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi                                           
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;


Nella concezione del "panismo" dannunziano la Natura doveva essere contemplata e vissuta nelle sue forme più pure e pittoresche. Bellissima la descrizione che lui fa di un'onda che si infrange sulla spiaggia.

 

Nella cala tranquilla
scintilla,
intesto di scaglia
come l'antica
lorica
del catafratto,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S'argenta? s'oscura?
A un tratto
come colpo dismaglia
l'arme, la forza
del vento l'intacca.
Non dura.
Nasce l'onda fiacca,
súbito s'ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s'alza,
nel suo nascimento
più lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s'incurva,
s'alluma, propende.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s'aruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L'onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s'infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l'alga e l'ulva;
s'allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui 'l vento
diè tempra diversa;
l'avversa,
l'assalta, la sormonta,
vi si mesce, s'accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d'iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca.
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella,
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.
E per la riva l'ode
la sua sorella scalza
dal passo leggero
e dalle gambe lisce,
Aretusa rapace
che rapisce le frutta
ond'ha colmo suo grembo.
Súbito le balza
il cor, le raggia
il viso d'oro.
Lascia ella il lembo,
s'inclina
al richiamo canoro;
e la selvaggia
rapina,
l'acerbo suo tesoro
oblía nella melode.
E anch'ella si gode
come l'onda, l'asciutta
fura, quasi che tutta
la freschezza marina
a nembo
entro le giunga!

Musa, cantai la lode
della mia Strofe Lunga.

L'Onda, in Alcyone (1902)


Riferendosi alla Pineta litoranea pescarese, d'Annunzio parla di essa come luogo dei momenti belli e dei "sogni dorati" di giovinezza:

"Ah sì, le calme de’l tuo ciel divine
mi fecero poeta,
i sorrisi d’un mar senza confine
là tra la mia pineta:
tra la pineta mia dov’ho passati
i momenti più belli,
dove ho goduto i miei sogni dorati
e i canti de gli uccelli"

(Primo Vere)



La descrizione naturalistica dei boschi e delle alberature si fa raffinata  in Terra Vergine (1882):

"Le edere rigerminanti salivano pel vecchio muro scrostato con un impeto di giovinezza; si attorcigliavano alle travi della tettoia come a tronchi vivi; coprivano i mattoni vermigli d'una tenda di piccole foglie cuoiose, lucide, simili a laminette di smalto;assaltavano le tegoleallegre di nidi: vecchi e nuovi nidigià cinguettanti di rondini in amore."

"dalle grandi acacie fiorite pioveva un silenzio strano, qualche cosa di animale, qualche cosa di vergine e di molle, come un alito infantile, da quei bianchi grappoli che parevano corimbi di farfalle penduli al sole."

Bellissime poi le descrizioni dei boschi fluviali:

"La canoa rompeva innanzi, presso alla riva, tra un fruscio fresco e odorante di virgulti abbattuti; le radici dei vecchi salici abbarbicate all′argine sembravano viluppi di colubri, i tronchi avevano strani atteggiamenti di corpi umani tòrti dal dolore, e da quei tronchi una germinazione infantile di rami sorgeva a fior d′acqua timidamente. Mandre grasse e verdi di foglie galleggiavano a torno, cedevano disperdendosi alla furia dei remi; sopra, era il sonno dei canneti in fiore, erano selve leggere di pennacchi che non alito di vento moveva, che non fremito d′ali turbava; sopra, era il triste sonno degli alberi che non volevano morire. Su quelle canne, su quegli alberi i velami insensibili del crepuscolo scendevano a poco a poco. Dalla montagna violacea gli obelischi delle nuvole si slanciavano vermigli per l′alto e in fondo alle acque la città antica pareva in fiamme; ma i velami scendevano, ma il silenzio saliva dai campi già immersi qua e là nelle ombre basse, ma il fascino della solitudine invadeva il fiume."

E ancora:


"Nella tranquillità lacustre gli alti tronchi si allungavano come un ordine di colonne sotto una volta di cristallo e di metallo; e fra gli intercolunnii il cielo venato d′agata si addolciva sotto il fogliame cupo. Dal fogliame intorno, dal cielo una pace immensa si estendeva su le acque; qualche cosa di latteo e di aureo fluttuava nell′aria, come uno sfinimento di tenerezza in cui si assopivano tutti gli esseri, in cui tutti gli esseri perdevano il senso della vita. Ma da quei sopori un′armonia saliva, inconsapevolmente; un′onda ampia e tenue di suono si effondeva dalla terra per le solitudini crepuscolari, dalla terra adagiata quasi in una stanchezza di parto augusto."

 

LA GROTTA DEL CAVALLONE, LA MAIELLA E LA "FIGLIA DI IORIO" (1904)

 

La famosa tragedia dannunziana ha come scenario la Grotta del Cavallone a Lama dei Peligni (CH), immersa nella selvaggia bellezza della Maiella. D'Annunzio chiese al pittore e amico Francesco Paolo Michetti di occuparsi della scenografia della tragedia. Il pittore francavillese visitò più volte la grotta e rese celebre la tragedia con un suo dipinto, nel 1895, in cui rappresenta la Maiella sullo sfondo come l'aveva osservata un giorno ad Orsogna, L’immagine di Mila, la fanciulla che corre via nascosta dal velo,  è ispirata a quella di una donna ricorsa da un gruppo di contadini ubriachi nel mezzo della piazza di Tocco a Casauria, episodio a cui assistettero l'artista e il poeta qualche anno prima. L'episodio fu fonte di ispirazione non solo per l'opera di Michetti ma anche per la tragedia di d'Annunzio,
D'Annunzio, a quanto pare, non visitò mai la Grotta del Cavallone e fu proprio grazie all'estro di Michetti che la tragedia ebbe successo e divenne uno dei luoghi dannunziani più famosi e visitati.

 

IL BORGO LETTERARIO DI ANVERSA DEGLI ABRUZZI - LA FACCIOLA SOTTO IL MOGGIO (1905).

 

 

IMG 2292 

Veduta del Borgo di Anversa degli Abruzzi (AQ)


Anversa degli Abruzzi è un grazioso borgo che si trova alle porte delle spettacolari Gole del Sagittario, uno dei luoghi più selvaggi e pittoreschi d'Abruzzo. In questo luogo paesaggisticamente accattivante, d'Annunzio ha ambientato nel 1911 la tragedia "La Fiaccola sotto il moggio". D'Annunzio era già stato ampiamente suggestionato dalla bellezza di questi posti sin da giovane, quando li esplorava assieme ai suoi amici di sempre tra cui Francesco Paolo Michetti. Il poeta vede in Anversa il luogo ideale per la sua tragedia, incantato dalla selvaggia bellezza delle Gole del Sagittario, il centro storico del paese si sviluppa sulla montagna, il borgo di Castrovalva sospeso sugli speroni di roccia mentre a valle il fiume scorre impetuoso.  Ancora oggi, Anversa, che è uno dei Borghi più belli d'Italia, si mostra al visitatore appassionato nella sua posizione pittoresca, incorniciato tra gli speroni di roccia ricchi di boschi e di piante rare,  con la splendida veduta sullo sfondo del Morrone e di tutta la valle del Sagittario.

 

 "E' il fiume che mugghia, è il Sagittario che si gonfia nelle gole. Si sciolgono le nevi ai monti, alla Terratta, all'Argatone e il Sagittario subito s'infuria."
(Gabriele D'Annunzio, "La fiaccola sotto il moggio", 1904 - Atto I)

 

"E’ bello il Sagittario, sai? si rompe e schiuma, giu’ per i macigni, mugghia, trascina tronchi, tetti di capanne, zangole,... E’ bello, sai?”
(La Fiaccola sotto il Moggio, atto III)

 

  IMG 2260

Il borgo pittoresco di Castrovalva, frazione di Anversa degli Abruzzi, autentico "Olimpo" posizionato in cima alle montagne della Valle del Sagittario. Turisti inglesi e olandesi sono affascinati dalle vedute fiabesche di questi luoghi che diventano spettacolari in tutti i mesi dell'anno, dal verde dei boschi della primavera estate, ai cromatismi autunnali fino al fascino della neve che domina le cime.

 

IMG 2267

Veduta delle Gole del Sagittario, luogo di selvaggia bellezza

 

 

 

 

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Il Paesaggio culturale dei trabocchi - di Alberto Colazilli

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 Il paesaggio culturale dei "Trabocchi"

 

 

DI ALBERTO COLAZILLI

 

 Img 1259

Veduta di un trabocco dall'Eremo Dannunziano a San Vito Chietino - CH

Foto di Alberto Colazilli

 

Il trabocco è il grande protagonista del paesaggio marino abruzzese, simbolo della cosiddetta “Costa dei Trabocchi” tra Ortona e Vasto, nella provincia di Chieti. Un bene storico-paesaggistico inserito perfettamente nel contesto naturalistico, tra rocce e falesie a picco sul mare, un tempo fonte di sostentamento  indispensabile per le popolazioni che vivevano sulla costa. Il trabocco ha scritto la storia delle nostre terre, immortalato dal poeta e scrittore pescarese Gabriele D’Annunzio nelle pagine delTrionfo della Morte (1894), dipinto anche in alcune vedute dei pittori abruzzesi Michele e Tommaso Cascella.

Il trabocco è anche quadro naturalistico che si anima, con una straordinaria ricchezza di vedute, a seconda delle stagioni, nelle giornate di sole o di burrasca, all’alba e al tramonto, regalando al visitatore, infinite suggestione e ricordi indimenticabili. Oggi queste macchine da pesca sono divenute attrazioni turistiche di rilievo, inserite in un progetto di Parco Nazionale della Costa Teatina, luoghi per cerimonie, meeting e rilassanti giornate al mare.

 

 

LA STORIA

 

Img 1247

Il trabocco Dannunziano di San Vito Chietino (CH), detto anche Trabocco del Turchino

Foto di Alberto Colazilli

 

 “Dall’estrema punta del promontorio destro, sopra un gruppo di scogli, si protendeva un Trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e di travi, simile a un ragno colossale”.

(Gabriele D’Annunzio – Il Trionfo della Morte)

 

Img 1250

Veduta del trabocco Dannunziano a San Vito Chietino (CH)

Foto di Alberto Colazilli

 

 

Alle estremità forcute delle quattro antenne pendevano le carrucole con i canapi corrispondenti agli angoli della rete quadrata. Altri canapi passavano per le carrucole in cima a travi minori; fin negli scogli più lontani eran conficcati pali a sostegno de cordami di rinforzo; innumerevoli assicelle erano inchiodate su per i tronchi a confortarne i punti deboli. La lunga e pertinace lotta contro la furia e l’insidia del flutto pareva scritta su la gran cassa per mezzo di quei nodi, di quei chiodi, di quelli ordigni. La macchina pareva vivere d’una vita propria, avere un’aria e un’effigie di corpo animato. Il legno esposto per anni ed anni al sole, alla pioggia, alla raffica, mostrava tutte le fibre, metteva fuori tutte le sue asprezze e tutti i suoi nocchi, rivelava tutte le particolarità resistenti della sua struttura, si sfaldava, si consumava, si faceva candido come una tibia o lucido come l’argento o grigiastro come la selce, acquistava un carattere e una significazione cui la vecchiaia e la sofferenza avesser compiuta la loro opera crudele. L’argano strideva girando per l’impulso delle quattro leve; e tutta la macchina tremava e scricchiolava allo sforzo, la vasta rete emergendo a poco a poco su dalla profondità verde con un luccichio aurino.

(Gabriele D’Annunzio – Trionfo della Morte)

 

 Si suppone che i trabocchi abruzzesi siano una geniale invenzione originata dalla particolarità del territorio della Costa Teatina e dalle difficili condizioni ambientali. Il loro sviluppo si ha tra il XVIII e il XIX secolo anche se leggende e storie che si tramandano tra i traboccanti affermano che i trabocchi erano presenti addirittura prima dell’VIII secolo d.C.  Le paludi salmastre che infestavano la costa oltre la complessità geologica dei versanti rocciosi impedivano le popolazioni di creare un’agricoltura per sopravvivere. L’unica fonte di ricchezza rimaneva quindi la pesca. La mancanza di punti stabili per gli approdi delle barche o di porticcioli, la presenza di calette ciottolose e di falesie, portarono molte popolazioni sulla costa a  sperimentare  una pesca “da fermo”, in mare aperto, attraverso la costruzione di  una piattaforma stabile, collegata alla terra ferma da una passerella in legno.

Il termine Trabocco cambia a seconda delle aree geografiche in cui la macchina è insediata. Il termine Trabocco per alcuni è riferito a trave, legno o palo con riferimento alla struttura. Per i trabboccanti invece, il termine deriva da “trabocchetto”, cioè “trappola”, nel senso di insidia e tranello (in questo caso per i pesci). I trabocchi sono frutto di secoli di esperienza, tramandati di generazioni in generazioni, opere incredibili di pescatori divenuti abili falegnami ed artigiani, profondi conoscitori del mare e del territorio.

In Abruzzo le attuali località con trabocchi sono San Vito Chietino (CH), Rocca San Giovanni (CH), Fossacesia (CH), Casalbordino (CH), Vasto (CH)

 

 CARATTERISTICHE COSTRUTTIVE

 

 

Img 1180

 Trabocco di Punta Cavalluccio a Rocca San Giovanni (CH)

Foto di Alberto Colazilli

 

  Il trabocco è una macchina da pesca formata da una struttura priva di fondamenta ma fissata in equilibrio con fissaggio di pali alla roccia attraverso cavi. I legni privilegiati nella costruzione erano la Robinia pseudacacia, l’olmo, il leccio e il Pino di Aleppo, a seconda dell’area in sorgevano. I trabocchi nascono principalmente sulla costa teatina e su quella garganica. Altri trabocchi sono rintracciabile anche sulla costa tirrenica. La tipologia abruzzese si distingue per essere posizionata trasversalmente rispetto alla costa cui è collegata da passerelle. La tipologia garganica è costruita a filo di costa con piattaforma incastrata nella roccia delle falesie a picco sul mare.

La scelta del luogo era fondamentale per il successo del trabocco. La costruzione avveniva a seconda del percorso del pesce e delle correnti.

 

 

 

IL SISTEMA DI PESCA

 

I figliuoli si accinsero a muovere l’argano. Per gli interstizii dell’assito si vedeva brillare e spumare l’onda. In un angolo della piattaforma sorgeva una capanna bassa, col tetto di paglia, spiovente, il cui vertice era difeso da una fila di tegoli rossi e ornato d’un toppo di quercia scolpito in forma d’una testa bovina, con infisse due grandi corna – contro il maleficio. Altri talismani pendevano dal tetto, commisti a certi dischi di legno su cui erano fermati con pece frammenti di specchio rotondi come occhi; e un fascio di quadridenti arrugginiti giaceva davanti all’apertura angusta. A destra e a sinistra sorgevano dalla scogliera le due maggiori antenne verticali, sostenute alla base da piuoli di tutte le grossezze, che s’intersecavano, s’intralciavano congiunti tra di loro per mezzo di chiodi enormi, stretti da fili di ferro e funi, rinforzati con mille ingegni contro le ire del mare. Due altre catene, orizzontali, tagliavano in croce quelle e si protendevano come bompressi, di là dalla scogliera, su l’acqua profonda e pescosa.”

(Gabriele D’Annunzio – Trionfo della Morte)

 

Il trabocco si sfrutta un sistema di pesca chiamato “a bilancia”; dal casotto si diramano le quattro lunghe antenne dalle quali partono altrettanti canapi legati alla rete, predisposta e adagiata sul fondo del mare. Al centro del casotto c’è l’argano rotante. Come in una catapulta, con un rapido movimento, l’argano viene fatto girare per richiamare attorno a sé le corde collegate ai quattro angoli della rete: assistiamo, in pochi istanti, alla rapida riemersione del pescato.   Il pesce che si può pescare lungo la costa è il cefalo, le spigole nel periodo che va da Ottobre ad Aprile. Le seppie, le alici nel periodo Aprile e Maggio.

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Immagine con i particolari della pesca del trabocco.

Foto di Alberto Colazilli scattate sul Trabocco di Punta Cavalluccio a Rocca San Giovanni (CH)

 

 

CONSERVAZIONE E VALORIZZAZIONE

Il trabocco è stato inserito dalla legislazione regionale abruzzese tra i beni paesaggistici da tutelare. Uno dei più antichi trabocchi  è quello di Masino Verì, a Punta Cavalluccio; un altro storico è quello di Capo Turchino a San Vito Chietino che Gabriele D’Annunzio ha perfettamente immortalato nel libro “Il Trionfo della Morte”. Oggi, con la dismissione della ferrovia adriatica nel tratto tra Ortona e Casalbordino, la Costa dei Trabocchi ha acquistato un nuovo, incredibile fascino, anche grazie alle proposte di valorizzazione e gestione delle strutture mediante ristoranti e punti di veduta panoramica sul mare.

Il progetto di realizzare un Parco Nazionale della Costa Teatina, una proposta che risale al 2001 e non ancora attuata,  non farà che aumentare ancora di più il valore storico-paesaggistico dei trabocchi. In alcuni trabocchi la pesca è diventata un’attrazione turistica e non è affatto raro vedere sposalizi sul trabocco o cene o meeting su alcuni trabocchi restaurati e trasformati in club.

 

 

 

 

I PRINCIPALI TRABOCCHI ABRUZZESI

  • Trabocco a punta di "Turchinije" (descritto da d'Annunzio nel "Trionfo della Morte). Località San Vito Chietino (CH)
  • Trabocco di Valle grotte detto anche "Il trabocco al sasso di "Rabbanhille", a destra della foce del torrente Canale. Località San Vito Chietino (CH)
  • Trabocco Lupone situato a punta di Valle Canale o punta di Mazziotti o punta del Traforetto. Località San Vito Chietino (CH)
  • Trabocco Gnagnarella sotto il colle del Guardiano (Punta dell'acqua viva - "Punde dell'acqua vive"). Località San Vito Chietino (CH).
  • Trabocco Tufano in Punta Tufano, contrada Vallevò a Rocca San Giovanni (CH).
  • Trabocco di Punta Punciosa a Rocca San Giovanni (CH).
  • Trabocco  di Punta Cavalluccio a Rocca San Giovanni (CH).

 

 

 

BIBLIOGRAFIA  DI  RIFERIMENTO:

Gabriele D’Annunzio, Il  Trionfo della Morte, 1894

Cupido Pietro, Trabocchi  traboccanti  e  briganti, Menabò, 2003

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